✕

Tunisia, strage in mare: annegano 40 migranti, tra i morti anche neonati

Ascolta l'audio

Un barchino con a bordo circa settanta persone si è ribaltato al largo di Salakta. Trenta sono stati tratti in salvo
1 minuti di lettura

Sulla spiaggia di Mahdia, in Tunisia, sono tornate ad allinearsi le body bag. Sono quaranta, alcune troppo grandi per il corpo microscopico dei bebé, morti ieri nell’ennesimo naufragio. Altri trenta sopravvissuti, tirati fuori dalle onde da una motovedetta della Garde Nationale, per ore sono rimasti sul molo.

Le circostanze della nuova tragedia del mare, che arriva a meno di una settimana da quella costata la vita ad almeno 23 persone tra Malta e Lampedusa, sono tutte da chiarire. Al momento si sa che almeno settanta persone, tutte di origine subsahariana, stavano tentando la traversata. Al largo di Salakta, la carretta del mare su cui viaggiavano si è ribaltata. «Quaranta corpi, tra cui quelli di diversi neonati — ha confermato Walid Chtabri, portavoce del tribunale di Mahdia — sono stati recuperati. Trenta persone sono state salvate». La procura, ha spiegato, ha aperto un fascicolo per favoreggiamento dell’immigrazione e tratta di esseri umani, ma nessun elemento è stato fornito sul…

Sulla spiaggia di Mahdia, in Tunisia, sono tornate ad allinearsi le body bag. Sono quaranta, alcune troppo grandi per il corpo microscopico dei bebé, morti ieri nell’ennesimo naufragio. Altri trenta sopravvissuti, tirati fuori dalle onde da una motovedetta della Garde Nationale, per ore sono rimasti sul molo.

Le circostanze della nuova tragedia del mare, che arriva a meno di una settimana da quella costata la vita ad almeno 23 persone tra Malta e Lampedusa, sono tutte da chiarire. Al momento si sa che almeno settanta persone, tutte di origine subsahariana, stavano tentando la traversata. Al largo di Salakta, la carretta del mare su cui viaggiavano si è ribaltata. «Quaranta corpi, tra cui quelli di diversi neonati — ha confermato Walid Chtabri, portavoce del tribunale di Mahdia — sono stati recuperati. Trenta persone sono state salvate». La procura, ha spiegato, ha aperto un fascicolo per favoreggiamento dell’immigrazione e tratta di esseri umani, ma nessun elemento è stato fornito sulle cause all’origine del ribaltamento del barchino o sulle operazioni di soccorso.

Di certo si sa che i settanta naufraghi erano su una “iron boat”, un barchino di ferro, gusci di latta così instabili e precari da essere conosciuti sulle due sponde del Mediterraneo come «bare galleggianti». Chi ci sale, sa di rischiare che quella tinozza si inabissi, ma per i migranti subsahariani residenti in Tunisia e da oltre tre anni oggetto di una vera e propria campagna di persecuzione, spesso è l’unica opzione. Pena, finire nel gorgo di rastrellamenti e deportazioni di confini con Libia e Algeria, dove un essere umano — emerge dal report “Tratta di Stato”, presentato mesi fa a Bruxelles — può essere comprato a non più 12 euro, il prezzo di una capra.

A volte basta un’onda per condannare una di quelle carrette. Spesso però — denunciano organizzazioni umanitarie e ong — sono intercettazioni e speronamenti dei guardacoste tunisine a provocare morti, feriti o dispersi con persone ancora in vita abbandonate tra le onde. È proprio alla Garde Nationale, cui sono state fornite anche motovedette, che sono finiti parte dei 255 milioni di euro di finanziamenti che Italia e Ue hanno garantito al presidente Kais Saied purché ne destinasse larga parte alle politiche di frontiera. «Nessuno — tuona il presidente della Cei, Monsignor Perego — ancora ha pensato di tracciare un canale umanitario e assistito nel Mediterraneo. Per fermare i viaggi della speranza, si continuano a firmare accordi con Paesi come la Libia. Non è complicità questa».

Leggi i commenti