L’antica arte dello scaricabarile. È sempre colpa di un tecnico, degli “uffici”, dei burocrati. O per dirla nella versione resa famosa da Luigi Di Maio, di questa o quella “manina” che si muove nell’ombra. La casistica è ampia: più la misura è impopolare e spinosa, più alte sono le probabilità che si ritrovi orfana della politica. Che fa le leggi “a sua insaputa”. E talvolta, è anche vero.
Piccolo catalogo degli ultimi dieci anni. Fino all’incidente di questi giorni: la bufera sulla Ragioniera dello Stato Daria Perrotta.
La norma “salva-Berlusconi”
Pochi ricordano che prima della “manina” di Luigi Di Maio, ce n’è una del 2015 con il copyright del governo Renzi. L’oggetto del contendere: la depenalizzazione di alcuni reati fiscali che avrebbe favorito Silvio Berlusconi, condannato per frode nel processo Mediaset. È subito giallo sull’autore del codicillo: chi l’ha voluto, chi l’ha firmato? Fino alla rivendicazione dell’allora premier in un’assemblea con gli eletti Pd: “Se vogliamo cont…
L’antica arte dello scaricabarile. È sempre colpa di un tecnico, degli “uffici”, dei burocrati. O per dirla nella versione resa famosa da Luigi Di Maio, di questa o quella “manina” che si muove nell’ombra. La casistica è ampia: più la misura è impopolare e spinosa, più alte sono le probabilità che si ritrovi orfana della politica. Che fa le leggi “a sua insaputa”. E talvolta, è anche vero.
Piccolo catalogo degli ultimi dieci anni. Fino all’incidente di questi giorni: la bufera sulla Ragioniera dello Stato Daria Perrotta.
La norma “salva-Berlusconi”
Pochi ricordano che prima della “manina” di Luigi Di Maio, ce n’è una del 2015 con il copyright del governo Renzi. L’oggetto del contendere: la depenalizzazione di alcuni reati fiscali che avrebbe favorito Silvio Berlusconi, condannato per frode nel processo Mediaset. È subito giallo sull’autore del codicillo: chi l’ha voluto, chi l’ha firmato? Fino alla rivendicazione dell’allora premier in un’assemblea con gli eletti Pd: “Se vogliamo continuare a farci del male per altri dieci giorni sulla delega fiscale parlando della ‘manina’, si sappia che quella manina è la mia”, dice Renzi. A causa delle polemiche, in ogni caso, la disposizione viene cambiata in modo che non ne possa beneficiare il fondatore di Forza Italia.
La “manina” di Luigi Di Maio
Anno 2018, governo gialloverde. È ancora una volta il decreto fiscale il centro del pasticcio. Questa volta la norma disconosciuta è un condono, parola radioattiva per il Movimento 5 Stelle delle origini. L’allora vicepremier e ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio nello studio di Bruno Vespa parla di “una parte non concordata nel Consiglio dei ministri”, “uno scudo per i capitali esteri”. E lancia l’accusa (contro il provvedimento del suo esecutivo): “Non so se è stata una manina politica o una manina tecnica, in ogni caso domattina si deposita subito una denuncia alla Procura della Repubblica perché non è possibile che vada al Quirinale un testo manipolato. Noi non lo votiamo”. Una tempesta in un bicchier d’acqua, a favor di telecamere: il documento, ancora una bozza, viene facilmente modificato.
Non è l’unica manomissione a carico di ignoti evocata da Di Maio. In un altro caso, l’ex capo del M5S arriva a sostenere che nella relazione tecnica dell’Inps allegata al decreto Dignità sia intervenuta una “manina” per inserire la previsione del calo di 8mila posti di lavoro a tempo determinato all’anno per effetto del provvedimento.
Il tetto agli stipendi
Ultimi scampoli di governo Draghi, settembre 2022. In commissione al Senato si vota il Decreto Aiuti bis, uno dei tanti pacchetti post covid per sostenere famiglie e imprese. Ma un emendamento di Forza Italia vira su tutt’altra materia e prova a eliminare il tetto di 240mila euro per i vertici delle forze dell’ordine. A Palazzo Chigi la norma non piace, la accantona. Ma succede qualcosa: in commissione il testo viene riformulato in maniera estensiva – stipendi senza tetto anche per i segretari generali dei ministeri e i capi dipartimento – e all’improvviso riceve il parere positivo del Mef. Approvato. Un’altra “manina”? Mario Draghi è furioso. Il tentativo non va lontano: il provvedimento viene soppresso dopo qualche settimana.
I tecnici che dormono la notte
Il governo di Giorgia Meloni, nel 2022, approva alla Camera il testo della sua prima manovra all’alba della vigilia di Natale. Dopo un percorso travagliato: articoli su articoli da riscrivere su diktat dei legislativi. Le opposizioni li accusano di incompetenza, Fratelli d’Italia punta il dito contro i tecnici: la notte dell’esame finale a Montecitorio, dice il meloniano Federico Mollicone, “non c'era nessuno dei funzionari del Mef e della ragioneria generale, c'è stato un caos amministrativo e non politico”. E quindi: “Abbiamo dovuto mandare mail per avere risposte arrivate il giorno dopo ossia questa mattina”. Nel mirino, dietro la polemica, c’è in realtà l’allora direttore del Tesoro Alessandro Rivera: di lì a poco, scaduto il suo mandato, il governo Meloni lo sostituirà.
“Non decidono i grand commis”
Nell’ultima manovra, è la norma che prevede l’aumento delle tasse sugli affitti brevi a non avere più né madri né padri. Pur essendo stata approvata dal Consiglio dei ministri. A finire sul banco degli imputati è Daria Perrotta, voluta alla guida della Ragioneria dello Stato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il vicepremier Antonio Tajani non ne fa il nome, ma firma l’accusa più esplicita verso gli uffici del Mef: “Mi sembra che a volte da parte di qualcuno, qualche grand commis del ministero delle Finanze, ci sia la tentazione di punire, di reintrodurre imposte”. Poi l’affondo: “Ma è la politica che decide, non i grand commis del ministero delle Finanze”.