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Acquisto di armi Usa per Kiev, il doppio pressing su Meloni

La premier, Giorgia Meloni, all’Europa Building per partecipare al Consiglio europeo a Bruxelles

 

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L’incontro con il presidente Zelensky a margine del Consiglio europeo. Le divergenze con Tajani sul veto Ue
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Bruxelles – «Patrizia, caffè...». Giorgia Meloni ha appena saltato il pranzo, reclama un boost di energia. Si rivolge con un filo di voce alla fidata Patrizia Scurti. La preghiera è catturata nel video postato sull’account social di Volodymyr Zelensky. Quello con l’ucraino è in effetti il passaggio più delicato di una missione internazionale complessa. Perché a Bruxelles la premier deve gestire due nodi europei che le creano grattacapi, soprattutto a Roma: il via libera alla confisca degli asset russi e le armi a Kiev. Sul primo punto, resta molto prudente. Frena, assieme ad altri. Sul secondo, assicura una riflessione. Cauta, comunque. Perché in Italia c’è la Lega da gestire.

Al Carroccio, ad esempio, non piace che il governo contribuisca con armamenti alla causa di Kiev. Quando Meloni si ritrova con Zelensky, tocca con mano la richiesta accorata del leader ucraino: Roma, è il senso della richiesta, acquisti assieme agli altri europei le armi americane destinate a Kiev. È il si…

Bruxelles – «Patrizia, caffè...». Giorgia Meloni ha appena saltato il pranzo, reclama un boost di energia. Si rivolge con un filo di voce alla fidata Patrizia Scurti. La preghiera è catturata nel video postato sull’account social di Volodymyr Zelensky. Quello con l’ucraino è in effetti il passaggio più delicato di una missione internazionale complessa. Perché a Bruxelles la premier deve gestire due nodi europei che le creano grattacapi, soprattutto a Roma: il via libera alla confisca degli asset russi e le armi a Kiev. Sul primo punto, resta molto prudente. Frena, assieme ad altri. Sul secondo, assicura una riflessione. Cauta, comunque. Perché in Italia c’è la Lega da gestire.

Al Carroccio, ad esempio, non piace che il governo contribuisca con armamenti alla causa di Kiev. Quando Meloni si ritrova con Zelensky, tocca con mano la richiesta accorata del leader ucraino: Roma, è il senso della richiesta, acquisti assieme agli altri europei le armi americane destinate a Kiev. È il sistema Purl, pacchetti da cinquecento milioni di dollari per resistere a Mosca. Serviranno ad esempio ad assicurare all’Ucraina nuove dotazioni di Patriot, nei prossimi mesi. Per Meloni, se ne può discutere. Anche perché la pressione americana è forte. E poi, molte capitali hanno già offerto disponibilità a partecipare (con quale posta, è tutto da definire). Ciononostante, va costruito un percorso politico che aggiri i nodi interni. Ieri, ad esempio, il capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo assicurava a “Start”: «Se la logica è spendere soldi per comprare missili e alimentare la guerra, non siamo assolutamente d’accordo».

Detta con il linguaggio diplomatico di queste occasioni: su questa opzione è in corso a Palazzo Chigi una riflessione. Come detto, l’esito sembra scontato. A patto però che il dibattito non sia troppo pubblico. Ecco perché Zelensky evita di menzionare la questione, con tatto: «Abbiamo discusso di come proteggere il nostro settore energetico dagli attacchi russi e renderlo più resiliente. L’Italia dispone delle competenze e delle attrezzature necessarie».

È la novità del giorno: il presidente chiede all’Italia di contribuire a superare l’inverno con enormi generatori capaci di garantire elettricità – e dunque calore – alle città ucraine. Non è la prima volta che lo fa. E Meloni non intende tirarsi indietro: contribuirà. I contatti con Roma sono partiti immediatamente, per capire le disponibilità: sono alcune grandi ditte private (o partecipate) a poter fornire questo servizio.

L’altro grande nodo è rappresentato dai beni russi congelati. Quando i Ventisette si ritrovano per individuare strade percorribili e sfruttare circa 180 miliardi di asset di Mosca (la cifra continua a lievitare), Meloni è tra i leader che mostra prudenza e alimenta dubbi. La prima richiesta italiana è quella di ottenere un parere della Bce, quasi uno scudo. Bisogna capire, aggiunge, se per il diritto internazionale il congelamento non si configuri come «una confisca». Uno scenario da evitare, sostiene nel chiuso del summit, perché potrebbe determinare un «danno reputazionale» per l’intero sistema bancario e finanziario occidentale.

Non che Roma si opponga in astratto all’idea di sfruttare questi miliardi, per una banale ragione contabile: senza, i singoli Stati membri dovranno individuare forme alternative di finanziamento per Kiev. Con casse dello Stato tanto vuote, è una possibilità da brividi. Ma per adesso le resistenze permangono. Anche perché la presidente del Consiglio insiste su un altro dettaglio: quello delle garanzie diffuse. Per l’Italia, serve che tutti gli Stati membri partecipino ai depositi cauzionali, senza che nessuno si sfili. E questo sforzo, aggiunge, va in ogni caso scorporato dal calcolo del debito.

Non a caso, la decisione sugli asset viene sostanzialmente espunta dalle conclusioni. Un brusco stop. Non certo una novità: da diversi Consigli, le decisioni su Kiev vengono annacquate a causa dei veti (di solito, quelli di Viktor Orban). La questione è ormai filosofica. E però Meloni, fedele alla linea dei Conservatori europei, continua a nutrire riserve sul superamento generalizzato del meccanismo del veto. Antonio Tajani, invece, si assesta su una linea opposta: «Meloni ha detto la sua opinione, io penso invece che si debba fare qualche passo in avanti».

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