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L’Italia frena sui missili: non colpiscano in Russia. E Meloni vedrà Orbán

Giorgia Meloni e Volodymyr Zelensky 

 

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A Roma mancano le scorte e la Difesa stoppa l’invio dei razzi per i Samp-T. La premier: importante l’unità tra Usa e Ue
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ROMA – Il “mandato” informale a trattare con Viktor Orbán ha preso forma l’altro ieri, a margine del Consiglio europeo a Bruxelles. E un peso, riferiscono, sembra averlo avuto nelle ultime ore anche la volontà di Donald Trump di difendere le sanzioni americane sul petrolio russo, minacciate da Budapest. Ecco perché Giorgia Meloni vedrà lunedì pomeriggio il premier ungherese a Palazzo Chigi. Cercando di riportare su sentieri più ragionevoli l’antico amico sovranista con cui cantava “Avanti ragazzi di Buda” ad Atreju.

Soltanto ieri, Orban ha promesso che farà di tutto per rendere inefficaci le misure restrittive varate da Trump sul greggio di Mosca. È l’ultimo atto di una “strategia della paralisi” che il premier d’Ungheria sta infliggendo ai Ventisette (e a Kiev).

Il problema ritorna anche attorno al tavolo dei volenterosi che Keir Starmer e Volodymyr Zelensky riuniscono a Londra. La premier italiana partecipa in videoconferenza. Difende il pacchetto di sanzioni. Resta allineata…

ROMA – Il “mandato” informale a trattare con Viktor Orbán ha preso forma l’altro ieri, a margine del Consiglio europeo a Bruxelles. E un peso, riferiscono, sembra averlo avuto nelle ultime ore anche la volontà di Donald Trump di difendere le sanzioni americane sul petrolio russo, minacciate da Budapest. Ecco perché Giorgia Meloni vedrà lunedì pomeriggio il premier ungherese a Palazzo Chigi. Cercando di riportare su sentieri più ragionevoli l’antico amico sovranista con cui cantava “Avanti ragazzi di Buda” ad Atreju.

Soltanto ieri, Orban ha promesso che farà di tutto per rendere inefficaci le misure restrittive varate da Trump sul greggio di Mosca. È l’ultimo atto di una “strategia della paralisi” che il premier d’Ungheria sta infliggendo ai Ventisette (e a Kiev).

Il problema ritorna anche attorno al tavolo dei volenterosi che Keir Starmer e Volodymyr Zelensky riuniscono a Londra. La premier italiana partecipa in videoconferenza. Difende il pacchetto di sanzioni. Resta allineata alla posizione continentale, sempre però richiamando all’indispensabilità della Casa Bianca: «È importante — sostiene — l’unità tra le due sponde dell’Atlantico nel perseguire un cessate il fuoco da cui venga avviato un credibile percorso negoziale che prenda le mosse dall’attuale linea di contatto».

E però, nella capitale inglese si fanno largo anche altre urgenze. Una, tra tutte, viene esposta da Starmer e Zelensky: bisogna aumentare la fornitura di missili europei a lungo raggio e permettere all’Ucraina di colpire in profondità in territorio russo. Sul punto, si apprende però da fonti di governo, l’Italia non sembra pronta a sbilanciarsi. E, al momento, non è in grado di assicurare questa possibilità a Kiev.

È un dilemma che va avanti da tre anni. Roma dispone infatti di Storm Shadow. Ha rifornito Kiev, soprattutto nella prima fase della guerra. Con un paletto, però: colpire solo in Ucraina. Possono essere ad esempio utilizzati contro target in Crimea per affondare navi della marina di Putin (cosa che in linea teorica, e senza mai conferme ufficiali, potrebbe effettivamente essere accaduto in passato), ma mai in Russia.

Ora, però, l’urgenza sembra aumentata, soprattutto in assenza di un via libera di Donald Trump alla fornitura di Tomahawk. Zelensky e Starmer premono dunque sull’Europa. Giovedì pomeriggio il presidente ucraino ne avrebbe fatto cenno a Meloni, durante il bilaterale a Bruxelles. Se ne sarebbe discusso anche tra le rispettive Difese. Per adesso, però, l’Italia non cambia il proprio posizionamento: nessun via libera a colpire in profondità la Russia con i missili “italiani”. In realtà, la vicenda è ancora più complessa, quasi intricata: in linea puramente teorica, Roma ed altri alleati riottosi a esporsi potrebbero trasferire i propri missili ai Paesi che invece sono intenzionati ad autorizzarli in profondità (il Regno Unito, ad esempio), lasciando a loro l’eventuale programmazione degli armamenti e le modalità di utilizzo.

Sulla posizione italiana influiscono ovviamente anche il precario equilibrio con la Lega, che si oppone alle forniture.

Come riportato nei giorni scorsi anche da questo giornale, Roma sta comunque per varare il prossimo pacchetto di aiuti militari. Assieme alla Francia, ha assicurato per anni la protezione del Samp-T (l’Italia ne ha in tutto sei). Secondo l’agenzia Bloomberg, nella nuova fornitura ci sarebbero anche i costosissimi missili Aster 30, dal costo di due milioni di euro ciascuno e utili ad armare proprio i Samp-T. La Difesa, però, smentisce seccamente quest’ultimo dettaglio sull’effettiva fornitura di «missili e munizionamento». Non è un dettaglio irrilevante: se Parigi non garantirà gli Aster 30, si creerà un problema. E d’altra parte, si apprende dall’esecutivo, l’Italia frena per non sguarnire troppo magazzini già “indeboliti” da anni di aiuti.

Certo è invece che a Palazzo Chigi è in corso una riflessione sulla possibilità di aderire al sistema di acquisti congiunti europei di armi americane da destinare all’Ucraina, a partire dai Patriot. Si chiama Purl ed è gestito dalla Nato. Segnali sono stati lanciati da Crosetto durante riunioni dell’Alleanza, anche se mancano conferme ufficiali. E Meloni non si oppone. Roma insomma riflette, ma alla fine è assai probabile il via libera: ieri ha aderito anche la Spagna, complesso sfilarsi.

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