MILANO – Ma quanto sono educati i riformisti del Pd che si ritrovano ai Bagni Misteriosi del teatro Parenti, cuore della cultura liberal nella città più liberal d’Italia, per «rompere un silenzio, ce n’è stato troppo e questo ha causato disagio», tirerà infine le somme Graziano Delrio. Per rivendicare, non più sottovoce: il Pd siamo (anche) noi, «la discussione non è divisione, il confronto non è spaccatura, è la politica, non bisogna averne paura», scandisce in apertura Lorenzo Guerini, ché «se siamo qui è per dare un contributo, allargare il pensiero del Partito democratico perché se si allarga il Partito democratico si aiuta l’alternativa di centrosinistra a vincere le prosssime elezioni». E pure per dire addio non alla segreteria, «nessuno intende farlo», ma a Stefano Bonaccini sì. Il carro sul quale tre anni fa erano saliti, convinti fosse quello vincente e invece ha perso, consegnandoli tutti alla sinistra radical di Elly Schlein.
MILANO – Ma quanto sono educati i riformisti del Pd che si ritrovano ai Bagni Misteriosi del teatro Parenti, cuore della cultura liberal nella città più liberal d’Italia, per «rompere un silenzio, ce n’è stato troppo e questo ha causato disagio», tirerà infine le somme Graziano Delrio. Per rivendicare, non più sottovoce: il Pd siamo (anche) noi, «la discussione non è divisione, il confronto non è spaccatura, è la politica, non bisogna averne paura», scandisce in apertura Lorenzo Guerini, ché «se siamo qui è per dare un contributo, allargare il pensiero del Partito democratico perché se si allarga il Partito democratico si aiuta l’alternativa di centrosinistra a vincere le prosssime elezioni». E pure per dire addio non alla segreteria, «nessuno intende farlo», ma a Stefano Bonaccini sì. Il carro sul quale tre anni fa erano saliti, convinti fosse quello vincente e invece ha perso, consegnandoli tutti alla sinistra radical di Elly Schlein.
Misteriosi i Bagni del Parenti proprio come loro, che hanno organizzato un affollatissimo convegno sulla crescita — con docenti universitari, imprese e sindacati, in testa la leader della Cisl Daniela Fumarola — ma non si è ancora capito bene cosa vogliano e dove pensino di andare. Se restare nella casa madre per «spostare il baricentro al centro» così da impedire che le istanze moderate camminino su altre gambe, o contarsi per tornare all’antico, a una Margherita 5.0. L’obiettivo dichiarato è il primo, l’altro una subordinata utile però a spaventare chi, al Nazareno, ha fatto dell’unità un totem.
Per nulla rassegnati al «finto unanimismo» del nuovo corso che — accusano — ha silenziato le voci critiche e azzerato il dibattito interno, sono ora decisi a ripristinare una robusta minoranza che provi a correggere la rotta considerata sbilanciata a sinistra, troppo spesso subalterna nei temi a Giuseppe Conte. Lo dice netto l’ex ministro della Difesa: «Se la radicalità porta a riempire le curve e si esclude il resto dello stadio non abbiamo fatto un buon servizio. Noi dobbiamo parlare a tutti». Cominciando dagli alleati con cui chiarire quali sono i principi «non negoziabili»: europeismo, investimenti in difesa e sicurezza, supporto all’Ucraina. Perché del M5S non si può certo fare a meno, ma non a costo di tradire la vocazione di un partito fatto di anime diverse, quella riformista in primis, che «non può essere esternalizzata, appaltata ad altri, poiché il Pd nasce con questa matrice culturale fondamentale e noi la vogliamo rappresentare dentro il Pd», taglia corto Giorgio Gori. È la ragione per cui «siamo preoccupati», sbuffa Lia Quartapelle: «Il Pd sta perdendo l’ambizione di offrire soluzioni concrete ai problemi reali delle persone. Si cercano scorciatoie emotive che mobilitano. Ma noi cosa proponiamo? Così temo che la destra possa rivincere».
Guardati con simpatia da Romano Prodi, che per interposta Sandra Zampa ha mandato un “saluto affettuoso”; benedetti da Paolo Gentiloni, che aleggia nelle sembianze di Filippo Sensi e Marianna Madia, i riformisti sono convinti, in testa la deputata Ue Pina Picierno, di poter ancora incidere, riportare la barra a dritta. A patto però di piantarla con «la gara a chi è più estremista», sbotta Elisabetta Gualmini evocando la postura barricadera di Schlein: «Una polarizzazione spinta tra tifoserie che conduce a rifiutare il dialogo e il compromesso, anche rispetto al governo con cui bisogna parlare se si vuol incassare qualche risultato». Vale pure per le alleanze da praticare «non solo con testarda unità ma con testarda credibilità», ironizza il veltroniano Walter Verini.
La chiusura è affidata alla pacatezza di Delrio. Per lanciare i prossimi appuntamenti, uno sul Mezzogiorno, l’altro su difesa e sicurezza. E togliersi qualche sassolino. Nei confronti di Bonaccini che li ha accusati di stare solo nei salotti tv: «Noi ci siamo andati, ma siamo stati molto anche a fare i sindaci, fra la gente». Di «chi oggi non è venuto, spaventato da qualche telefonata». Eppure «anche Napolitano e Berlinguer litigavano», sorride l’ex ministro dei Trasporti: «Ecco, noi vogliamo che il Pd sia percepito come una forza che non ha paura di prendere la parola, rompere il silenzio, stare in campo. Mai come oggi c’è bisogno di un partito popolare, che tolga alla destra la rappresentanza di mondi che sono nostri».