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“La mia Valeria era felice poi è arrivato il Bataclan. Non ho ceduto all’odio”

Luciana Milani, 72 anni, a Venezia (foto di Concetto Vecchio)

 
Luciana Milani, la madre della ricercatrice Solesin, uccisa negli attentati di Parigi dieci anni fa: “Sono stata al processo contro Abdeslam. Gli ho chiesto perché l’avesse fatto: non ho avuto risposte”
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VENEZIA – Luciana Milani, sono passati dieci anni dalla morte di sua figlia, Valeria Solesin, al Bataclan. Cosa stava facendo quando è arrivata la notizia degli attentati a Parigi?

«Ero a tavola con mio marito. Chiacchieravamo. Era un venerdì sera, pregustavamo il week end. C’era la tv accesa, ma nessuno di noi due vi badava».

Con Valeria vi eravate sentiti quel giorno?

«Di solito chiamava il sabato. Qualche giorno prima mi aveva detto che sarebbe andata a un concerto, avevamo parlato del più e del meno».

Ha trovato le sue ultime foto nella macchina fotografica.

«Le ho scaricate e fatte stampare. Sono immagini scattate da Valeria nella grande marcia dopo gli attentati alla redazione di Charlie Hebdo, e ci sono quelle dell’ultima vacanza, con il suo ragazzo, Andrea, nel sud della Francia. Loro due in canoa, in spiaggia a prendere il sole».

Cosa ha pensato?

«Che erano due ragazzi molto felici».

Andrea si è salvato.

«Valer…

VENEZIA – Luciana Milani, sono passati dieci anni dalla morte di sua figlia, Valeria Solesin, al Bataclan. Cosa stava facendo quando è arrivata la notizia degli attentati a Parigi?

«Ero a tavola con mio marito. Chiacchieravamo. Era un venerdì sera, pregustavamo il week end. C’era la tv accesa, ma nessuno di noi due vi badava».

Con Valeria vi eravate sentiti quel giorno?

«Di solito chiamava il sabato. Qualche giorno prima mi aveva detto che sarebbe andata a un concerto, avevamo parlato del più e del meno».

Ha trovato le sue ultime foto nella macchina fotografica.

«Le ho scaricate e fatte stampare. Sono immagini scattate da Valeria nella grande marcia dopo gli attentati alla redazione di Charlie Hebdo, e ci sono quelle dell’ultima vacanza, con il suo ragazzo, Andrea, nel sud della Francia. Loro due in canoa, in spiaggia a prendere il sole».

Cosa ha pensato?

«Che erano due ragazzi molto felici».

Andrea si è salvato.

«Valeria ci teneva tantissimo ad Andrea, sentiva di poter essere se stessa. Si erano conosciuti a Trento, studiando sociologia. Poi lui l’aveva raggiunta a Parigi ed erano andati a vivere insieme».

Cosa faceva sua figlia a Parigi?

«Era assistente al Dipartimento di Demografia alla Sorbona. Insegnava. E stava finendo il dottorato, con una tesi sulle differenze tra l’avere due figli in Italia e in Francia».

Che ricordo le è rimasto di Valeria?

«Di una donna volitiva, che voleva essere autonoma. Da studentessa aveva sempre lavorato: commessa in un panificio, cameriera al Lido, babysitter. Appena arrivata a Parigi si era impiegata da Picard, una catena di surgelati, faceva i turni sabato e domenica».

Perché aveva scelto sociologia?

«Per naturale inclinazione verso la società, curiosità dell’altro. L’aveva deciso a sedici anni, frequentando il liceo scientifico Benedetti a Venezia. Si era iscritta a Emergency. Da bambina chiedeva sempre: “Perché?”».

Com’era da piccola?

«Simpaticissima, sorridente, con la battuta pronta, ma anche parecchio impegnativa. Alle scuole elementari bisognava darle continue spiegazioni. Si crucciava per le cose che non andavano bene. Mi è capitato di dirle: “Basta Valeria, con ‘ste ingiustizie, non ne possiamo più”».

Che rapporto avevate?

«Non sapevo tutto della sua vita, ma ci bastava uno sguardo per capirci. Scoppiavamo a ridere insieme».

Avete altri figli?

«Sì, Dario, nato tre anni dopo Valeria».

Cosa ricorda di quella sera, il 13 novembre 2015?

«Preferisco non parlare degli avvenimenti di quella sera. Ho fatto una deposizione al processo in proposito, che rimane agli atti secretata».

Come sono stati questi dieci anni?

«Per un verso molto brevi. A un certo punto ho capito una cosa: che questa ora era la mia vita e che dovevo affrontarla. Come quando ci si guarda allo specchio e si dice: questa è la mia faccia, non la posso cambiare».

Lei è molto forte.

«In realtà ho provato a lungo un senso di estraneità alla mia stessa vita, non la riconoscevo più. Mio marito, dirigente scolastico, è tornato al lavoro tre giorni dopo. Io ci ho messo un po’ di più».

Cosa le faceva paura?

«La morte di Valeria ebbe una rilevanza pubblica enorme, con i funerali in piazza San Marco, a cui partecipò anche il presidente Mattarella. Ero dentro uno spazio pubblico. Mi sono accorta che improvvisamente avevo anche molti doveri. Mi faceva paura diventare un oggetto di curiosità».

Quali doveri?

«Il dovere del testimone involontario».

Come si fa i conti con un simile dolore?

«Il lutto crea un caos indescrivibile, ingovernabile. L’ho attraversato, ma poi ho sentito il bisogno di ricreare un ordine. Non volevo che questa tragedia ci cambiasse in peggio. Non volevo odiare. Volevo che rimanessimo una famiglia integra. Anche Valeria lo avrebbe voluto».

Da dove ha ricominciato?

«Dai piccoli gesti quotidiani. Fare il bucato, cucinare, fare la spesa, occuparsi degli altri, chiamare gli amici. Ho ricevuto non so quante mail e lettere di condoglianze. Ho speso molto tempo a rispondere e mi ha fatto bene. A un certo punto ho capito che non potevo farvi fronte, e mi dispiace».

Quando ha ripreso a lavorare?

«Con l’anno nuovo. Insegnavo tecnologia al Cpia, centro provinciale istruzione adulti. Lì potevo essere di nuovo me stessa. I colleghi mi hanno aiutato moltissimo».

Sapeva cos’era il Bataclan?

«No, l’ho sentito nominare soltanto dopo. Ma rileggendo Il Gattopardo mi sono imbattuta nel nome del locale: Tancredi, prima di sposare Angelica, fa un regalo d’addio a una ballerina del Bataclan con cui aveva avuto una relazione».

Cosa ha capito degli assassini?

«Chissà. (Ci pensa a lungo). Vede, provenivano da famiglie normali, immigrati di seconda generazione a Bruxelles, il padre dell’unico killer sopravvissuto, Salah Abdeslam, lavorava nell’azienda dei trasporti…»

Salah era lì, nell’aula del processo.

«Mi chiedo se sia o no un personaggio così insignificante. A un certo punto si è scusato per avere ucciso degli altri musulmani, ma con il tono di uno che ha appena rovesciato una bottiglia sul tavolo. Non ha collaborato. Nemmeno i parenti».

Una logica da clan?

«Sì, una di loro ha detto di non sapere che andavano in Siria ad esercitarsi, era convinta che andassero a sciare».

Ha seguito tutto il dibattimento?

«Sono andata tre volte. Le parti civili erano 2500, un terzo di loro ha parlato. Ci hanno ascoltati con molto rispetto. Il presidente era molto simpatico. Ha chiesto a Salah quale fosse il suo lavoro. “Militante dello Stato islamico”, ha risposto. E il presidente: “Ma qui c’è scritto lavoratore interinale…”».

Lei si è rivolta agli imputati.

«Ho chiesto loro perché l’avessero fatto, ammazzare altri ragazzi come loro. Non ho avuto risposta».

La sentenza che significato ha per lei?

«È la giustizia terrena, e va accettata. Poi il dolore resta, non sono ferite che si rimarginano. Una perdita è una perdita».

Ha provato a capire il terrorismo islamico?

«Ho letto dei libri, di Oliver Roy, di Gilles Kepel, ma non sono riuscita a farmi un’idea compiuta. Vede, le religioni possono implicare da un lato il riconoscimento di tutti gli altri esseri umani, oppure il non considerare uomini quelli delle altre fedi. In fondo è lo stesso processo di spersonalizzazione che ha portato alla Shoah».

Però non odia.

«L’odio non costruisce. Ti torna indietro. Però provo disprezzo. Il disprezzo è razionale».

Cosa le manca di più di Valeria?

«Confrontarmi con lei. Poterle mandare un messaggio. L’estate prima del Bataclan io e mio marito eravamo andati in camper in Polonia. Ci era piaciuto moltissimo. Inviavo foto a Valeria, messaggi: “Ehi, dovete venire, qui le birre costano un euro”. Poi l’estate dopo ci siamo tornati. Ma non c’era più nessun messaggio da mandare a Valeria».

Ha rimpianti?

«Mi dispiace di non avere tenuto un diario. Sarebbe stato un modo di uscire dal caos. Ora invece scrivo, un antidoto allo scorrere del tempo».

Con Andrea siete rimasti in contatto?

«Sì, e ci tengo moltissimo. Ha 40 anni. Valeria ne avrebbe 38. Andrea vive ancora a Parigi, ha una compagna. Quando è in Italia ci viene a trovare. Sono rimasto in contatto anche con i suoi genitori, che vivono a Dro, in Trentino. La madre, Marina, mi ha appena invitato a parlare di Valeria a un festival sul morire, Mortali, che si tiene in Trentino Alto Adige dal 2 all’11 novembre».

Alla fine che domande restano?

«Che senso ha avuto? Dove li ha portati tutto quell’odio? Ma so bene che non avrò le risposte».

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