Quando Viktor Orbán arriva a Palazzo Chigi per incontrare Giorgia Meloni, le sue parole hanno già infiammato il dibattito. «Donald Trump sbaglia su Putin», sostiene il presidente ungherese annunciando che andrà «da lui per fargli togliere le sanzioni alla Russia». Non solo. L’attacco più forte è all’Unione europea «che non conta nulla, è totalmente fuori dai giochi».
Parole incendiarie appunto, pronunciate in una conversazione con Repubblica dopo l’incontro avuto in Vaticano con papa Leone XIV e successivamente con il segretario di Stato, Pietro Parolin.
I partiti di opposizione insorgono chiedendo alla premier di dissociarsi. A prendere le distanze, quando i due presidenti sono ancora riuniti, ci pensa il vicepremier azzurro Antonio Tajani: «Rispetto la posizione del presidente del Consiglio di un altro paese, ma l’Italia ha posizioni diverse». Un giudizio molto netto per poi aggiungere che «non c’è nulla di male a ricevere Orbán. Non è che avere un colloquio significa pensarla alla …
Quando Viktor Orbán arriva a Palazzo Chigi per incontrare Giorgia Meloni, le sue parole hanno già infiammato il dibattito. «Donald Trump sbaglia su Putin», sostiene il presidente ungherese annunciando che andrà «da lui per fargli togliere le sanzioni alla Russia». Non solo. L’attacco più forte è all’Unione europea «che non conta nulla, è totalmente fuori dai giochi».
Parole incendiarie appunto, pronunciate in una conversazione con Repubblica dopo l’incontro avuto in Vaticano con papa Leone XIV e successivamente con il segretario di Stato, Pietro Parolin.
I partiti di opposizione insorgono chiedendo alla premier di dissociarsi. A prendere le distanze, quando i due presidenti sono ancora riuniti, ci pensa il vicepremier azzurro Antonio Tajani: «Rispetto la posizione del presidente del Consiglio di un altro paese, ma l’Italia ha posizioni diverse». Un giudizio molto netto per poi aggiungere che «non c’è nulla di male a ricevere Orbán. Non è che avere un colloquio significa pensarla alla stessa maniera. E conoscendo Meloni, è in linea con se stessa non con gli altri». Come era prevedibile, l’altro vicepremier, il leghista Matteo Salvini, non si discosta da Orbán e annuncia un incontro con lui in agenda questa mattina. La distanza tra Tajani e Salvini è evidente, e nel mezzo si pone, al termine dell’incontro, una sintetica nota di palazzo Chigi che elenca i temi trattati.
Nell’attesa che la presidente del Consiglio si pronunci, le opposizioni la incalzano. «Meloni prenda le distanze pubblicamente dalla linea del suo alleato sovranista. Perché non è più tollerabile che il governo italiano si mostri indulgente e ambiguo verso chi lavora per distruggere l’Europa dall’interno», dice il capogruppo Pd in commissione Politiche europee alla Camera, Piero De Luca. E la senatrice dem, Simona Malpezzi, sostiene che sia «arrivato il momento di superare il voto europeo che prevede l’unanimità perché è chiaro che serve solo ai Paesi come l’Ungheria».
Il presidente M5S Giuseppe Conte prima ironizza: «Orban lo conosciamo, sulle politiche migratorie immagino che avranno parlato dei fallimenti della Meloni». Quanto al conflitto in Ucraina, «non so quale dialogo e quale intesa abbiano potuto ritrovare, perché Orbán è un filo putiniano». Poi si fa serio: «Orbán fa malissimo perché Putin va condannato per l’aggressione, solo che adesso dobbiamo trovare una soluzione pacifica perché non possiamo entrare in una escalation militare senza limiti e confini».
Ad attendere il presidente ungherese davanti palazzo Chigi c’è +Europa che ha organizzato un flashmob contro quello che definisce «il burattino di Putin, il simbolo della democrazia illiberale, l’uomo che usa i soldi europei per distruggere la libertà in Ungheria».
Anche il senatore Enrico Borghi, vicepresidente di Italia viva, chiede di modificare il meccanismo del voto europeo: «Schierarsi a favore del diritto di veto, come fanno Orbán e Meloni, significa consegnarci ad un futuro di subalternità. Altro che patrioti...». E per il vicepresidente del partito, Davide Faraone, nel caso della premier, vale il modo dire «“Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, come dicevano le nonne quando bastava un amico sbagliato per perdere la fiducia del quartiere. La scena si è spostata a Palazzo Chigi: Meloni non va a Londra alla riunione dei “volenterosi” e accoglie Orbán a Roma». Un segnale che, per le opposizioni, collocherebbe il governo italiano con i paesi sovranisti.