Giustizia, Schlein schiera il Pd: “Vogliono le mani libere, uniti sulla raccolta firme”
di Giovanna VitaleFrancesco Boccia, Elly Schlein, Chiara Braga
ROMA – No ai pieni poteri. Il cartello che Pd, M5S e Avs sventolano nell’aula del Senato alla fine del quarto e ultimo via libera al ddl Nordio prende vita, subito dopo, nell’urlo di battaglia dei principali leader all’opposizione. Trasformato nello slogan della campagna referendaria prossima ventura.
«Lo ha chiarito la stessa presidente del Consiglio, con le sue dichiarazioni sul Ponte di Messina: questa riforma serve ad avere le mani libere e porsi al di sopra della legge della Costituzione. Serve, a chi ha il potere, a scegliersi i propri giudici», attacca Elly Schlein nella conferenza stampa convocata a Palazzo Madama per avvertire la maggioranza che c’è poco da festeggiare, la partita non è ancora chiusa. «C’è un disegno di scardinamento della Costituzione per tagliare le unghie alla magistratura e depotenziarla. Il loro obiettivo è sottrarsi a qualsiasi controllo, al sistema di pesi e contrappesi», rincara Giuseppe Conte. «La riforma non risponde a nessuno dei problemi che affl…
ROMA – No ai pieni poteri. Il cartello che Pd, M5S e Avs sventolano nell’aula del Senato alla fine del quarto e ultimo via libera al ddl Nordio prende vita, subito dopo, nell’urlo di battaglia dei principali leader all’opposizione. Trasformato nello slogan della campagna referendaria prossima ventura.
«Lo ha chiarito la stessa presidente del Consiglio, con le sue dichiarazioni sul Ponte di Messina: questa riforma serve ad avere le mani libere e porsi al di sopra della legge della Costituzione. Serve, a chi ha il potere, a scegliersi i propri giudici», attacca Elly Schlein nella conferenza stampa convocata a Palazzo Madama per avvertire la maggioranza che c’è poco da festeggiare, la partita non è ancora chiusa. «C’è un disegno di scardinamento della Costituzione per tagliare le unghie alla magistratura e depotenziarla. Il loro obiettivo è sottrarsi a qualsiasi controllo, al sistema di pesi e contrappesi», rincara Giuseppe Conte. «La riforma non risponde a nessuno dei problemi che affliggono la giustizia, mira solo a minare l’indipendenza e l’autonomia delle toghe per sottoporle al controllo politico del governo», fanno eco Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.
Si comincia dunque con la raccolta firme per chiedere la consultazione popolare: occorre la sottoscrizione di un quinto dei parlamentari e i tre partiti progressisti, nonostante i dubbi dei riformisti dem, sono già d’accordo di lavorare insieme. In attesa di capire se esistano margini per costituire anche un unico Comitato per il no, sebbene non ci sia ancora nulla di definito: «Faremo delle riunioni e poi decideremo», frena Conte: «Oggi si apre un percorso, non c’è una scadenza, avremo tempo di coordinare». Cautela necessaria a placare i suoi, indispettiti per la fuga in avanti del Pd, con il quale si era inizialmente ipotizzata un’uscita comune. Ma per Avs la strada è segnata: «Di fronte a questa svolta autoritaria abbiamo il dovere di mobilitarci nella società e promuovere, con le altre forze di opposizione, il referendum per cancellare con il voto popolare questa controriforma», incalza il duo rosso-verde.
A chiamarsi fuori sono tuttavia i centristi: Iv e Azione. Matteo Renzi, che in aula si è astenuto, ha attaccato la maggioranza parlando di «riformicchia inutile, la montagna ha partorito un topolino, la separazione delle carriere c’è già». Senza però risparmiare fendenti ai colleghi della minoranza: «Se pensate di costruire una piattaforma sulle rivendicazioni dell’Anm state cacciando dal centrosinistra i riformisti». Carlo Calenda ha invece votato a favore, schierando il suo partito (andato in pezzi) al fianco del centrodestra.
Comunque sia, al di là dei fisiologici distinguo, la valutazione delle opposizioni è per lo più unanime: quella del governo non è una riforma della giustizia, ma il tentativo di assoggettare il potere giudiziario all’esecutivo. È il messaggio che guiderà la campagna referendaria. Schlein lo ripete più volte: «La destra insegue il modello delle democrazie illiberali di Orbán». Basta leggere il testo appena licenziato dalle Camere «senza neppure una modifica perché lo hanno blindato, è la prima volta che accade nella storia della Repubblica», denuncia la segretaria del Pd. Una riforma che «non tocca nessuno dei nodi cruciali della giustizia», insiste: «Non fa nulla sulla lunghezza dei processi, nulla sulla carenza di personale, nulla sul ricorso a misure alternative alla detenzione, nulla sul sovraffollamento delle carceri». E non separa nemmeno le carriere dei magistrati, già distinte grazie alla legge Cartabia che scoraggia il cambio di funzioni fra pm e giudici. E infatti: «Ogni anno ci sono 20 magistrati su 9mila che fanno il passaggio», precisa la leader dem. «Cambiamo la Costituzione per questi 20? L’obiettivo è un altro: indebolire l’indipendenza della magistratura». Stessa linea di Conte: «L’uso politico della giustizia è una scusa, questi vogliono pieni poteri, sono insofferenti a lacci, lacciuoli e controlli. Noi li contrasteremo, ma a questo punto, visto che noi non abbiamo i numeri in Parlamento, gli unici che possono interrompere il disegno della destra sono i cittadini con il referendum». Ora toccherà alle urne decidere chi ha ragione.