Riforma giustizia, ok definitivo dal Senato. Meloni: “Traguardo storico, ora parola ai cittadini”
di Conchita SanninoGiustizia è fatta, inneggia il centrodestra in Senato. «Traguardo storico», lo celebra sui social Giorgia Meloni. Una «vittoria di papà», è il sigillo che appone Marina Berlusconi, solo la prima delle dediche che poi saliranno anche all’emiciclo in memoria del fondatore di Forza Italia.
Si chiude a mezzogiorno e una manciata di minuti, tra applausi, risate e abbracci al ministro della giustizia, l’iter parlamentare con il sì definitivo in quarta lettura, per la riforma Nordio-Meloni, in un’aula scossa da trambusto e tensioni. Si apre, con toni non meno affilati, la campagna per il sì o il no al referendum confermativo.
Opposizioni e Associazione nazionale magistrati pronti a calarsi nelle parallele battaglie. «Faremo una campagna referendaria con grande impegno, il governo non vuole una giustizia migliore, solo pieni poteri», accusa la leader Schlein. Le toghe dell’Anm oggi, in Cassazione, schierano in un incontro pubblico il comitato per il No e il suo nuovo presidente onorario, l’av…
Giustizia è fatta, inneggia il centrodestra in Senato. «Traguardo storico», lo celebra sui social Giorgia Meloni. Una «vittoria di papà», è il sigillo che appone Marina Berlusconi, solo la prima delle dediche che poi saliranno anche all’emiciclo in memoria del fondatore di Forza Italia.
Si chiude a mezzogiorno e una manciata di minuti, tra applausi, risate e abbracci al ministro della giustizia, l’iter parlamentare con il sì definitivo in quarta lettura, per la riforma Nordio-Meloni, in un’aula scossa da trambusto e tensioni. Si apre, con toni non meno affilati, la campagna per il sì o il no al referendum confermativo.
Opposizioni e Associazione nazionale magistrati pronti a calarsi nelle parallele battaglie. «Faremo una campagna referendaria con grande impegno, il governo non vuole una giustizia migliore, solo pieni poteri», accusa la leader Schlein. Le toghe dell’Anm oggi, in Cassazione, schierano in un incontro pubblico il comitato per il No e il suo nuovo presidente onorario, l’avocato e professore Enrico Grosso: «Questa riforma altera l’assetto dei poteri disegnato dai costituenti», dicono. Le urne della consultazione (che stavolta non richiede un quorum: vince chi mobilita di più) dovrebbero apririsi – calcoli del Guardasigilli alla mano – «tra fine marzo e metà aprile».
Trent’anni di conflitti, ma il governo ce l’ha fatta: taglia il traguardo con 112 sì e 59 no (Calenda vota a favore, Renzi si astiene ma la boccia con argomentazioni taglienti) il ddl di revisione costituzionale che impone la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, prevede la creazione dei due Csm, con i membri eletti mediante sorteggio, e un’Alta Corte disciplinare.
Nulla è lasciato al caso nel giorno solenne. In tribuna, significativamente siedono «alcune vittime di errori giudiziari», le cita con la dovuta enfasi il forzista Pierantonio Zanettin. Che annuncia: «Cominceremo subito a raccogliere le firme di deputati e senatori per il referendum». È la strategia autorizzata da Giorgia Meloni. Che al Tg 1 apre ufficialmente la sfida: «Ora la parola passerà agli elettori».
Nessuna volontà di «politicizzare lo scontro», per la presidente del Consiglio, che non comprende «l’atteggiamento ostile dell’Anm che dice sempre di no a tutte le riforme» e soprattutto: di fronte a una eventuale malaugurata vittoria del no, «non ci saranno conseguenze per il governo». Scandisce la premier: «Noi arriveremo alla fine della legislatura e chiederemo agli italiani di essere giudicati per il complesso del lavoro che abbiamo fatto». E quanto alla scelta del quesito da sottoporre agli italiani, Meloni dà un assaggio dei compiti già svolti: «Penso che sia una scelta facile. Chi pensa che nella giustizia va tutto bene voterà contro la riforma, quindi voterà ‘no’. Chi pensa che possa migliorare, dirà sì alla riforma».
Aria elettrica dalle nove e mezza in Senato, ancora prima che cominci il rush delle dichiarazioni di voto finali. Forza Italia, in particolare, è pronta a precipitarsi fuori a festeggiare. Renzi accende le prime polemiche. «È una riformicchia, grande occasione mancata. E non serve ai cittadini, né serve a limitare le correnti. Anzi, il sottosegretario Mantovano dice “basta correnti” e dimentica di essere stato responsabile di Magistratura indipendente». Primi buu.
La senatrice ed ex ministra Gelmini dalla maggioranza scommette: «Sarete sconfitti al referendum, e avrete fatto un danno al Paese». Le opposizioni schierano tanti cartelli rossi: «No ai pieni poteri!». Dai banchi del M5S ecco l’invettiva di Roberto Scarpinato: «Questa riforma è un pezzo di guerra alla Costituzione. Ma non vi illudete: gli italiani non se la bevono la panzana che Berlusconi, Dell’Ultri, Cosentino, Matacena, Previti, e Galan erano tutti fiori di giglio e sono stati condannati dalla magistratura politicizzata». Maurizio Gasparri urla, si agita, alza la voce più di tutti Licia Ronzulli, richiamata all’ordine da Ignazio La Russa: «Senatrice la smetta, lei è pure vicepresidente». È Andrea Giorgis, dal Pd, a fare l’analisi di quell’iter giudicato «senza precedenti nella storia repubblicana». Con l’ultima approvazione, dice, «si cerifica tutta la protervia politica consumata contro i cittadini. E dobbiamo riconoscere, ministro Nordio, è stato di parola: nessuna apertura al dialogo, l’umiliazione del Parlamento». Escono, il ministro Nordio raggiante: «Adesso toni pacati per il referendum». Un attimo dopo, in aula, La Russa sta celebrando «coraggio e valore di un intellettuale come Pasolini»