Riforma giustizia, FI fa festa, alleati tiepidi, una mini-processione con la foto di Berlusconi
di Francesco BeiDovrebbe essere una seduta memorabile — l’aggettivo “storica” viene ripetuto alla nausea in ogni intervento della maggioranza — però a ben vedere a palazzo Madama tutta questa storicità e memorabilità non è che si percepiscano tanto. Che sia un effetto voluto, per non eccitare troppo gli animi ed evitare un effetto boomerang al referendum, che sia invece perché lo scontro politica-giustizia oggettivamente ha stancato tutti, il clima in aula è piuttosto moscio. E si rianima soltanto quando il cinque stelle Roberto Scarpinato, lo storico pm dei processi Andreotti, riporta tutti a un’altra stagione: «C’è una maggioranza del Paese che non se la beve che Berlusconi, Dell’Utri, Cosentino, Matacena, Previti, Verdini sono dei fiori di giglio. Sono stati condannati perché c’erano le prove». È un attimo e i canuti senatori si accendono e, da reduci, si ricordano le battaglie di tanti anni prima. Grida, buuu, urla. Dura poco ma almeno è un segno di vita. Come quando l’ex missino Roberto Menia si…
Dovrebbe essere una seduta memorabile — l’aggettivo “storica” viene ripetuto alla nausea in ogni intervento della maggioranza — però a ben vedere a palazzo Madama tutta questa storicità e memorabilità non è che si percepiscano tanto. Che sia un effetto voluto, per non eccitare troppo gli animi ed evitare un effetto boomerang al referendum, che sia invece perché lo scontro politica-giustizia oggettivamente ha stancato tutti, il clima in aula è piuttosto moscio. E si rianima soltanto quando il cinque stelle Roberto Scarpinato, lo storico pm dei processi Andreotti, riporta tutti a un’altra stagione: «C’è una maggioranza del Paese che non se la beve che Berlusconi, Dell’Utri, Cosentino, Matacena, Previti, Verdini sono dei fiori di giglio. Sono stati condannati perché c’erano le prove». È un attimo e i canuti senatori si accendono e, da reduci, si ricordano le battaglie di tanti anni prima. Grida, buuu, urla. Dura poco ma almeno è un segno di vita. Come quando l’ex missino Roberto Menia si inferocisce perché Scarpinato (ancora lui!) ricorda che FdI «rivendica una continuità con l’Msi» che era fuori dall’arco costituzionale: «Ma basta! Ma vaffan..!».
Alla fine, il tabellone si accende, i pallini verdi sono più dei rossi e parte l’applauso. Il ministro Nordio è la star dell’aula, tutti a salutarlo, qualche senatrice gli chiede un selfie, lui distribuisce baciamani. Ma dei big del governo neanche l’ombra: Giorgia Meloni non ci mette la faccia, Matteo Salvini marca visita, Antonio Tajani almeno ha la scusa della missione in Niger.
Sembra una legge senza padri e né madri, «teniamola bassa» è il mantra tra i Fratelli d’Italia. Per la verità uno padrino politico ci sarebbe, è Silvio Berlusconi, a cui Forza Italia dedica in aula la riforma «perché trent’anni fa — rivendica Pierantonio Zanettin — aveva voluto la separazione delle carriere nel primo programma del centrodestra». Ma, come vedremo, anche questa è una intitolazione contestata.
In pochi secondi spariscono tutti, è pur sempre giovedì e ci sono i Frecciarossa che aspettano. Si parla di un flash mob di FdI, ma pare che dal quartier generale sia arrivato l’ordine di lasciar perdere. Non resta che fare un salto a piazza Navona, dove un gruppetto di Forza Italia celebra «la vittoria» della politica sulla magistratura. A dire il vero, fosse vivo il Cavaliere, non avrebbe tanto apprezzato quel mini cartellone con la sua foto che si confonde tra le bandierine delle guide turistiche. Ci sono i venti senatori del gruppo, qualche giovane forzista, e basta lì. Adriano Galliani, antico sodale di Berlusconi, quasi si commuove: «Per me è una giornata di sentimento, penso intensamente al mio maestro Berlusconi e credo che oggi, lassù, sia felice». Enrico Costa e Zanettin hanno portato alcune vittime di errori giudiziari. Diego Oliveri, imprenditore finito in carcere perché ritenuto a capo di una cosca di narcos, è tra questi e racconta: «È importantissima questa riforma perché oggi i magistrati sono troppo collegati tra di loro e il gip si muove solo su parere del pm. Se ci fosse stata la separazione a me non sarebbe capitato quello che mi è capitato, perché giudici e pm sono in simbiosi». Tra questi testimonial, che dovrebbero animare la campagna referendaria, spunta anche il nome di Serena Grandi, l’attrice dei sogni erotici degli italiani negli anni ‘80, coinvolta e poi scagionata per un giro di cocaina. Ma l’idea non marcia.
Gira e rigira, è sempre Berlusconi il nome più forte da sventolare, lo fanno i forzisti per intestargli la riforma e lo fanno anche gli avversari di Nordio per motivi opposti. Ma questo amarcord non piace a tutti, anzi. Il capogruppo leghista Massimiliano Romeo, davanti a un campari soda alla buvette, invita alla prudenza: «Se si inizia con la storia di Berlusconi non si parte bene, i referendum non vanno mai politicizzati, la storia di Renzi insegna. Bisogna stare schisci». Lo devono aver spiegato anche a Nordio che è meglio stare “schiscio” e difatti a piazza Navona non si fa vedere, e anche l’idea di dedicare il voto a Berlusconi non lo trova d’accordo: «No no, è una vittoria dedicata a un’idea liberale della giustizia».
A proposito di idee liberali, chissà cosa avrebbe pensato della riforma Nordio il vecchio missino Teodoro Buontempo, che a piazza Navona ci andò trenta anni fa, la sera in cui la Camera aveva negato l’autorizzazione a procedere per Bettino Craxi. Prima passò da una tabaccheria a farsi cambiare in monetine diecimila lire, che poi distribuì ai ragazzi del Fronte della gioventù perché le tirassero addosso al leader socialista mentre usciva dal Raphaël. Qualcuno di quei ragazzi sarà diventato oggi parlamentare di FdI e avrà votato la riforma. Ma sono storie di tanti anni fa, meglio lasciarle dove stanno.