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Giustizia, Tescaroli: “Scardinati i principi fondanti della nostra Carta”

Il procuratore di Prato, Luca Tescaroli 

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Il procuratore di Prato: “La criminalità organizzata resta una minaccia concreta. E la risposta dello Stato non può essere l’indebolimento del sistema giudiziario”
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Dalla provincia d’Italia, Luca Tescaroli, magistrato di prima linea, procuratore di Prato, dice che questa riforma della Giustizia si vede con una lente nera. Quasi oscurante.

«Prima ancora di una qualsiasi opinione, credo sia opportuno farsi una domanda: perché? Perché era così urgente questo intervento? Ma davvero qualcuno può pensare che i problemi della giustizia in Italia si risolvano con la separazione delle carriere? Davvero crediamo che la priorità per i cittadini fosse dividere le carriere dei pubblici ministeri e dei giudici?».

Lei crede di no.

«Da operatore della giustizia vedo, sinceramente, ogni giorno altri tipi di problemi che restano irrisolti: la mancanza di personale, l’arretrato, i tempi dei processi. Oggi in procura mancano l’83 per cento dei cancellieri e il 44 per cento degli assistenti. Abbiamo oltre 11 mila sentenze irrevocabili in attesa di adempimenti, di cui più di duemila di condanna. È un arretrato che in certi casi arriva a tredici anni. Così si genera un…

Dalla provincia d’Italia, Luca Tescaroli, magistrato di prima linea, procuratore di Prato, dice che questa riforma della Giustizia si vede con una lente nera. Quasi oscurante.

«Prima ancora di una qualsiasi opinione, credo sia opportuno farsi una domanda: perché? Perché era così urgente questo intervento? Ma davvero qualcuno può pensare che i problemi della giustizia in Italia si risolvano con la separazione delle carriere? Davvero crediamo che la priorità per i cittadini fosse dividere le carriere dei pubblici ministeri e dei giudici?».

Lei crede di no.

«Da operatore della giustizia vedo, sinceramente, ogni giorno altri tipi di problemi che restano irrisolti: la mancanza di personale, l’arretrato, i tempi dei processi. Oggi in procura mancano l’83 per cento dei cancellieri e il 44 per cento degli assistenti. Abbiamo oltre 11 mila sentenze irrevocabili in attesa di adempimenti, di cui più di duemila di condanna. È un arretrato che in certi casi arriva a tredici anni. Così si genera un imbuto e si nega ai cittadini il diritto a risposte certe di giustizia. Queste dovrebbero essere le priorità. E invece nessuno parla di questo, con grande piacere di qualcuno».

Di chi, procuratore?

«La criminalità organizzata, anche nelle sue nuove forme – parlo del territorio nel quale lavoro, e dunque non soltanto di quella italiana ma anche di quella cinese o albanese – è una minaccia concreta. E la risposta dello Stato deve essere forte, efficace, tempestiva. Ma per esserlo serve un sistema giudiziario che funzioni. Non una magistratura indebolita».

Lei ritiene che questa riforma indebolisca la magistratura?

«Lo dico senza ragioni di forma, ma perché ne sono assolutamente convinto. Mi sento molto rispettoso delle prerogative del Parlamento e del governo. La riforma della giustizia è frutto di un percorso democratico che va pienamente rispettato. Non tocca a me giustificarla: spetta alla politica. Tuttavia, se davvero dovesse essere attuata così come è concepita, nutro un forte timore che possa compromettere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che sono un presidio del principio di eguaglianza dei cittadini».

I partiti della maggioranza dicono che è una preoccupazione inutile.

«Io credo invece che sia concreta. La riforma incide su un equilibrio costruito con fatica dopo il fascismo, grazie a una disciplina che ha visto convergere tutte le forze politiche nella volontà di garantire un bilanciamento tra i poteri dello Stato. È vero, sono passati molti anni, ma quello fu uno sforzo pregevole, che ha guidato fino a oggi i rapporti tra magistratura e politica. Bisogna essere molto attenti a non intaccarlo».

Lo scontro tra politica e magistratura non è certo però un’esclusiva di questa stagione.

«È vero, è un fenomeno ricorrente nella storia repubblicana. Ma non arriva per caso. Ogni volta che la magistratura ha toccato il potere, è arrivata la reazione. Pensiamo a quanto accaduto a Giovanni Falcone: dopo il maxi-processo, quando indagò sui rapporti tra Vito Ciancimino e i cugini Salvo, si scatenò contro di lui una campagna violentissima. Lo stesso è successo anche dopo, in occasione di grandi indagini che hanno toccato le leve del potere. Ma lo scontro non è tra cittadini e magistrati. È tra potere e giustizia. Io sono convinto che i cittadini chiedano soltanto una cosa: una giustizia che funzioni, che sia uguale per tutti».

Esiste una giustizia che non funziona, però.

«I magistrati sono esseri umani. E sbagliano. Ma esistono delle regole per cui il sistema è in grado – e succede quasi sempre – di rimediare agli errori dei singoli. L’obbligatorietà dell’azione penale è una garanzia di uguaglianza. Significa che nei confronti di chiunque, se ci sono i presupposti, le indagini devono essere svolte e i processi celebrati. I magistrati devono agire con rigore, ma anche con consapevolezza e umanità. Io ho sempre considerato il processo un’extrema ratio. Le archiviazioni sono altissime, e questo è un segno di tutela dei cittadini, non di inerzia. Anche il rigore verso l’imputato accresce la legittimazione del lavoro dei magistrati: essere sottoposti al vaglio è un dovere, non una debolezza».

Lei ha appena scritto un libro, Il biennio di sangue, in cui ripercorre la stagione delle stragi tra il 1993 e il 1994. Ha paura che quel tempo possa tornare?

«Quando guardo alla storia, vedo che i momenti di maggiore tensione tra politica e magistratura sono sempre stati legati a crisi profonde del Paese. Io ho scritto un libro per raccontare una stagione in cui, documentano sentenze passate in giudicato, c’è stata un’azione da parte di Cosa nostra per condizionare la politica legislativa del governo e del Parlamento. L’ho scritto proprio per chiarire quelle verità. E per evitare di commettere gli stessi errori».

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