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E la Lega adesso vuole l’Autonomia: “Nel primo Cdm dopo le regionali”

Matteo Salvini 

 

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Il Carroccio chiede di incardinare subito le intese fuori dai lep. Salvini intanto pensa a un nuovo simbolo in stile trumpiano
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ROMA – Roberto Calderoli in privato lo ripete da settimane ai colonnelli più bizzosi: «Tranquilli, Giorgia ce l’ha promesso: subito dopo le regionali di novembre avremo le intese sull’autonomia». Dopo avere serrato i ranghi sulla giustizia, riforma pallino di FI, senza sbandierare troppo la propria adesione (niente sit-in insieme agli azzurri, nessuna corsa a mettere il cappello sui nascenti comitati per il Sì), la Lega vuole a tutti i costi tirare fuori dal pantano la sua legge bandiera. Il pressing sottotraccia va avanti da settimane.

Luca Zaia l’ha messo a verbale: va bene la separazione delle carriere, ma nel programma c’è pure l’autonomia, ci sono impegni da rispettare. Per ora la smania è tenuta a bada, perché i leghisti sostengono appunto di avere in tasca una promessa fatta dalla premier in persona. Quando? A fine settembre, poco prima di Pontida, durante un vertice di coalizione con Meloni, Tajani, Salvini, Lupi e Calderoli. L’impegno, raccontano dal Carroccio, sarebbe questo…

ROMA – Roberto Calderoli in privato lo ripete da settimane ai colonnelli più bizzosi: «Tranquilli, Giorgia ce l’ha promesso: subito dopo le regionali di novembre avremo le intese sull’autonomia». Dopo avere serrato i ranghi sulla giustizia, riforma pallino di FI, senza sbandierare troppo la propria adesione (niente sit-in insieme agli azzurri, nessuna corsa a mettere il cappello sui nascenti comitati per il Sì), la Lega vuole a tutti i costi tirare fuori dal pantano la sua legge bandiera. Il pressing sottotraccia va avanti da settimane.

Luca Zaia l’ha messo a verbale: va bene la separazione delle carriere, ma nel programma c’è pure l’autonomia, ci sono impegni da rispettare. Per ora la smania è tenuta a bada, perché i leghisti sostengono appunto di avere in tasca una promessa fatta dalla premier in persona. Quando? A fine settembre, poco prima di Pontida, durante un vertice di coalizione con Meloni, Tajani, Salvini, Lupi e Calderoli. L’impegno, raccontano dal Carroccio, sarebbe questo: chiusa la tornata di regionali il 23 e 24 novembre, la riforma cara agli ex lumbard arriverà a dama. Almeno il primo step: il via libera in Consiglio dei ministri delle «intese preliminari», con le quattro regioni del Nord che hanno chiesto di sbloccare le materie non Lep, vale a dire Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria. Il Nord leghista che scalpita. Sottotraccia, la Lega ha già mandato segnali: al primo Cdm dopo le urne il tema va messo all’ordine del giorno. Le bozze del ministero degli Affari regionali sono già pronte. Tutto in discesa? In realtà no. Va ancora convinto un pezzo di FI, che con il vicesegretario Roberto Occhiuto in testa, schiaccia sul freno, chiedendo che prima del varo degli accordi sulle competenze non Lep (Protezione civile, previdenza complementare e professioni) vengano stanziati i soldi per i livelli essenziali di prestazione. Come dire: prima i quattrini per le regioni, anche del Sud, poi le intese per chi vuole.

La Lega si affida alla promessa di Meloni. A Matteo Salvini serve un rilancio. «Non meritiamo di stare all’8-9%», si sfoga da giorni con i collaboratori, mentre il fronte settentrionale del partito ragiona su spacchettamenti in stile Cdu-Csu e preme perché proprio Zaia prenda i galloni di vicesegretario nazionale, al posto di Alberto Stefani, probabile prossimo governatore del Veneto. Salvini ha in testa un’altra strategia. Tutta di proposte. E di simbolo. Sul primo fronte, lavora a una grande adunata, «assemblea programmatica» a luglio dell’anno prossimo. Un modo per aggiornare l’agenda del partito. Con qualche caposaldo: flat tax, pensioni, lotta all’immigrazione. In quell’occasione, confidano nella cerchia del segretario, dovrebbe cambiare anche il simbolo del partito. Come? «Sarà molto trumpiano», racconta chi sta lavorando alla pratica. Lo spadone di Alberto da Giussano resterà. Mentre dovrebbe sparire la scritta «premier», sotto al cognome di Salvini. Un segnale anche in vista della legge elettorale di cui si sta iniziando a discutere a destra, con FdI che preme per inserire sulla scheda il nome del candidato alla presidenza del consiglio.

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