ROMA – Molta tv e uscite contro i magistrati. La campagna referendaria del centrodestra ha una strategia molto chiara, anche se, dalle parti della maggioranza, cresce il panico che i cittadini possano non comprendere pienamente il quesito.
Due giorni fa era stato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a esporsi contro le toghe ospite di Rete4. Ieri, dopo che il centrodestra ha depositato la prima richiesta di referendum in Cassazione, è stato il turno di Alfredo Mantovano. Sullo stesso canale il sottosegretario alla presidenza del Consiglio afferma che la magistratura vuole sostituirsi alla politica nelle decisioni e cita l’Ilva, le espulsioni e lo sviluppo urbanistico di Milano. Tutte questioni che sarebbero state bloccate dalle toghe, secondo il braccio destro di…
ROMA – Molta tv e uscite contro i magistrati. La campagna referendaria del centrodestra ha una strategia molto chiara, anche se, dalle parti della maggioranza, cresce il panico che i cittadini possano non comprendere pienamente il quesito.
Due giorni fa era stato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a esporsi contro le toghe ospite di Rete4. Ieri, dopo che il centrodestra ha depositato la prima richiesta di referendum in Cassazione, è stato il turno di Alfredo Mantovano. Sullo stesso canale il sottosegretario alla presidenza del Consiglio afferma che la magistratura vuole sostituirsi alla politica nelle decisioni e cita l’Ilva, le espulsioni e lo sviluppo urbanistico di Milano. Tutte questioni che sarebbero state bloccate dalle toghe, secondo il braccio destro di Giorgia Meloni: «C’è una invasione di campo che evidentemente deve essere ricondotta».
Attacchi diretti poi all’Associazione nazionale magistrati, salvo chiedere «un confronto civile» nella stesura dei decreti attuativi. L’accusa che il sottosegretario rivolge ai giudici è di non aver voluto collaborare considerando la riforma «inemendabile» ma anche di aver presentato il comitato per il No nell’Aula magna della Cassazione, «che è luogo sacrale, dove si svolge l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Non so quanto il cittadino possa percepire imparzialità e giusta distanza».
Intanto nel governo, che «continuerà il suo lavoro» anche in caso di sconfitta, sottolinea Mantovano, cresce il timore che i cittadini possano non comprendere pienamente che il referendum sulla riforma della giustizia ha l’obiettivo di confermare la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Quindi i partiti della maggioranza sono corsi ai ripari, anche se la formulazione della domanda spetterà esclusivamente all’Ufficio centrale della Cassazione che si occupa dei referendum.
Da ieri, nel momento in cui i deputati di FdI, Lega e FI, hanno portato le firme in Cassazione, è partito il conto alla rovescia. Nei conciliaboli, con calendario alla mano, il 29 marzo è la prima data utile. I senatori di maggioranza non hanno ancora portato le firme alla Suprema corte ma hanno sfondato il tetto delle quaranta sottoscrizioni necessarie. A palazzo Madama però, su impulso di Nordio e Mantovano, la strategia è cambiata.
Nel testo che i deputati hanno sottoscritto alla Camera è stato riportato solo il titolo formale della legge costituzionale approvata, quindi “Ddl costituzionale ordinamento giurisdizionale e istituzione della Corte disciplinare”. Al Senato invece è stato aggiunto che il ddl è «concernente la separazione delle carriere fra pm e giudice, la costituzione della Corte disciplinare per i magistrati e la formazione mediante sorteggio dei Consigli superiori della magistratura». Un dettaglio non da poco, che racconta la paura di non riuscire a comunicare quale sia l’obiettivo della legge. Tanto da compromettere il risultato, si ragiona nella maggioranza. Ma l’errore è stato fatto a monte. Anche perché per prassi, nel quesito, che venga citato solo citato il titolo della legge, con buona pace del governo.
Anche il centrosinistra sta raccogliendo le sottoscrizioni. Al Senato il primo a firmare è stato Marco Meloni del Pd: «La giustizia non sia uno strumento di potere nelle mani della maggioranza». E nel campo largo, a differenza del centrodestra, si lavora a un comitato unitario.