Lo slogan più duro è di Debora Serracchiani. A nome del Pd, condensa lo sdegno per la nota informale del governo diffusa sul caso del fermo del torturatore libico da parte di Tripoli. «Dopo aver votato alla Camera nel 2010 per dire che Ruby era la nipote di Mubarak — sostiene la responsabile giustizia dem — la Meloni vuole farci credere che Almasri è stato arrestato perché l’Italia lo ha liberato. Siamo davvero al ridicolo».
È l’ultimo affondo, l’ennesimo del centrosinistra. Si espone tra i primi la segretaria del Pd Elly Schlein. «Almasri è lo stesso criminale che Meloni, Nordio e Piantedosi hanno liberato e riaccompagnato a casa con un volo di Stato, dopo che la magistratura e le forze dell’ordine italiane lo avevano fermato per il mandato d’arresto della Corte Penale internazionale. È una figura vergognosa a livello internazionale per cui l’esecutivo deve chiedere scusa agli italiani».
A battere un colpo è anche un ex premier, Giuseppe Conte. «Che umiliazione per il governo — dice …
Lo slogan più duro è di Debora Serracchiani. A nome del Pd, condensa lo sdegno per la nota informale del governo diffusa sul caso del fermo del torturatore libico da parte di Tripoli. «Dopo aver votato alla Camera nel 2010 per dire che Ruby era la nipote di Mubarak — sostiene la responsabile giustizia dem — la Meloni vuole farci credere che Almasri è stato arrestato perché l’Italia lo ha liberato. Siamo davvero al ridicolo».
È l’ultimo affondo, l’ennesimo del centrosinistra. Si espone tra i primi la segretaria del Pd Elly Schlein. «Almasri è lo stesso criminale che Meloni, Nordio e Piantedosi hanno liberato e riaccompagnato a casa con un volo di Stato, dopo che la magistratura e le forze dell’ordine italiane lo avevano fermato per il mandato d’arresto della Corte Penale internazionale. È una figura vergognosa a livello internazionale per cui l’esecutivo deve chiedere scusa agli italiani».
A battere un colpo è anche un ex premier, Giuseppe Conte. «Che umiliazione per il governo — dice il leader del Movimento — La nostra premier e i nostri ministri lo hanno fatto rientrare a casa con voli di Stato, con la nostra bandiera, calpestando il diritto internazionale e la Corte Penale internazionale. Ora diranno che anche la Procura generale in Libia è un nemico dell’esecutivo? Che vergogna per la nostra immagine. Non è questa l’Italia». Ed anche un altro predecessore di Meloni, Matteo Renzi attacca Palazzo Chigi: «La giustizia libica lo ha arrestato. Anche la polizia italiana lo aveva fatto, per lo stesso reato, quasi un anno fa. Ma Meloni e Nordio hanno scelto di liberarlo e gli hanno pagato un volo di Stato con tutti gli onori, scrivendo una pagina vergognosa nella storia delle istituzioni del nostro paese. È il governo dell’ingiustizia».
A sera, come detto, l’esecutivo diffonde il comunicato informale con cui riscrivere la cronologia degli eventi che hanno seguito il fermo di Almasri in Italia. Una rilettura contestata da Riccardo Magi, per +Europa. «Fonti di palazzo Chigi dicono che il governo italiano era informato del mandato di cattura da parte della Libia. E perché non lo hanno detto finora? Perché nelle numerose informative in Parlamento hanno omesso questa notizia? La realtà è che Palazzo Chigi aggiunge un altro mattone al castello di falsità». Argomenti simili a quelli di Nicola Fratoianni. «Il governo era obbligato a consegnare il torturatore libico alla Cpi, anche perché liberarlo e farlo tornare in Libia non aveva assolutamente come conseguenza che l’avrebbe fatto poi Tripoli, dato che la liberazione di Almasri è avvenuta a fine gennaio 2025 e la Libia ha aderito alla Corte Penale Internazionale solo nel maggio successivo». Il leader di Avs suggerisce un passo indietro dei responsabili del pasticcio: «Qualcuno dovrebbe dimettersi».
Nelle prossime ore, le minoranze insisteranno con Meloni affinché l’esecutivo si presenti in Parlamento sull’accaduto. «Riferisca con urgenza», chiede Federico Cafiero de Raho. Ma la battuta che racconta forse meglio il caso del torturatore è di Filippo Sensi, senatore del Partito democratico: «Guarda se adesso ce lo rimandano, eh...».