Nel pieno della campagna referendaria per la separazione delle carriere, il governo continua a bersagliare le toghe. L’ultima frecciata ai magistrati si registra nel chiuso di Palazzo Chigi, davanti ai ministri schierati e alla premier Giorgia Meloni. L’affondo è di Matteo Salvini. Durante il Cdm, il vicepremier e ministro dei Trasporti deve riferire sulla decisione della Corte dei conti che ha cassato il “suo” ponte sullo Stretto. Il leghista ha una decina di fogli davanti agli occhi. Ma evita di leggerli tutti. Preferisce inserire nell’informativa una stoccata ai giudici contabili. E alla stampa. «Loro», cioè le toghe, «ancora una volta hanno passato la decisione sul ponte prima ai giornalisti che al governo». Sorrisi, cenni di approvazione al tavolo del governo. Poi Salvini prosegue, spiega che a dicembre, dopo il deposito delle motivazioni, riporterà il dossier in Cdm, «dove si deciderà il da farsi». Rispetto alla tentazione iniziale - riapprovare in fretta e furia il progetto per…
Nel pieno della campagna referendaria per la separazione delle carriere, il governo continua a bersagliare le toghe. L’ultima frecciata ai magistrati si registra nel chiuso di Palazzo Chigi, davanti ai ministri schierati e alla premier Giorgia Meloni. L’affondo è di Matteo Salvini. Durante il Cdm, il vicepremier e ministro dei Trasporti deve riferire sulla decisione della Corte dei conti che ha cassato il “suo” ponte sullo Stretto. Il leghista ha una decina di fogli davanti agli occhi. Ma evita di leggerli tutti. Preferisce inserire nell’informativa una stoccata ai giudici contabili. E alla stampa. «Loro», cioè le toghe, «ancora una volta hanno passato la decisione sul ponte prima ai giornalisti che al governo». Sorrisi, cenni di approvazione al tavolo del governo. Poi Salvini prosegue, spiega che a dicembre, dopo il deposito delle motivazioni, riporterà il dossier in Cdm, «dove si deciderà il da farsi». Rispetto alla tentazione iniziale - riapprovare in fretta e furia il progetto per avviare i cantieri all’inizio dell’anno nuovo - lo stesso capo del Mit sembra molto più prudente. Ai colleghi illustra allora «due possibili soluzioni per far partire i lavori». Una, più rapida, prevedrebbe l’avvio a gennaio. L’altra, più prudente e che sembra favorita, prevede i cantieri dal 20 marzo. Quasi due mesi dopo l’ultima deadline. In sostanza, l’ennesimo rinvio. «La fine dell’inverno», scherza però il segretario del Carroccio.
I cantieri dunque potrebbero partire a ridosso del referendum sulla giustizia. E la destra potrebbe costruirci un pezzo di campagna elettorale in vista del voto del 2027, dove spera di arrivare forte del giudizio popolare sulla separazione delle carriere. Dal canto loro, l’opposizione e i comitati per il No promettono una dura battaglia. Il centrosinistra ha raccolto le firme necessarie per depositare in Cassazione la richiesta di referendum. Ieri invece è stato il turno dei senatori di centrodestra. L’ex presidente del Senato e parlamentare di FdI, Marcello Pera, di fronte alla Suprema corte ha illustrato la tempistica: «Credo si aspetteranno i tre mesi» previsti dalla legge, a partire dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale, «perché nel frattempo ci possono essere altri che raccoglieranno le firme, che poi dovranno essere vagliate dalla Cassazione». La prima data utile è il 29 marzo ma, secondo i calcoli degli uffici tecnici, la finestra si chiude a luglio.
Dopo l’accelerazione impressa sulla richiesta di referendum, il centrodestra frena invece sui comitati. L’obiettivo è quello di tenere l’esito del referendum distinto dalle sorti del governo. «Non mi appassiona il tema dei comitati di partito», dice infatti il responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli. Parlando a Montecitorio argomenta così: «Non vedo la necessità di schierare in prima fila i partiti. C’è così tanta società civile pronta a sostenere le nostre stesse ragioni che non vedo perché correre a mettere le bandiere di partito».
Il centrosinistra punta invece a costituire un comitato unitario. «Vogliono politici intoccabili. Si ritorna alla casta», dice il leader M5S, Giuseppe Conte, ospite di Bruno Vespa. E il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, sottolinea che il «governo desidera che le decisioni giudiziarie non disturbino l’esecutivo». Parole rivolte al sottosegretario Alfredo Mantovano, ma anche a Salvini.