Domenico Di Petrillo, capitano dei carabinieri, ricorda dov’era il 27 maggio 1980?
«Quel giorno ho arrestato Anna Laura Braghetti».
Come andò?
«I miei uomini la individuarono ai tavolini di un bar, in piazza Cesarini Sforza, che si affaccia sul Corso Vittorio Emanuele. Mi chiamarono con la radioricetrasmittente e lì la vidi. Era con altri due, Salvatore Ricciardi e un milanese che a noi non diceva nulla: Gianantonio Zanettin».
Cosa ci facevano tre brigatisti al bar?
«Ognuno di loro aveva due pistole, un’automatica e una a tamburo. Probabilmente stavano preparando un attentato».
Come reagì Braghetti?
«Fu fredda. Era una militante rodata. Disse con durezza che era una prigioniera politica».
Qual è il suo ruolo nel terrorismo rosso?
«Un quadro brigatista di altissimo livello. Una che aveva ucciso, e aveva custodito Aldo Moro».
E lei, cosa faceva nel 1980?
«Io appartenevo alla sezione speciale anticrimine. Abbiamo sgominato la colonna romana: 500 arresti, solo io ho subito tre conflitti a…
Domenico Di Petrillo, capitano dei carabinieri, ricorda dov’era il 27 maggio 1980?
«Quel giorno ho arrestato Anna Laura Braghetti».
Come andò?
«I miei uomini la individuarono ai tavolini di un bar, in piazza Cesarini Sforza, che si affaccia sul Corso Vittorio Emanuele. Mi chiamarono con la radioricetrasmittente e lì la vidi. Era con altri due, Salvatore Ricciardi e un milanese che a noi non diceva nulla: Gianantonio Zanettin».
Cosa ci facevano tre brigatisti al bar?
«Ognuno di loro aveva due pistole, un’automatica e una a tamburo. Probabilmente stavano preparando un attentato».
Come reagì Braghetti?
«Fu fredda. Era una militante rodata. Disse con durezza che era una prigioniera politica».
Qual è il suo ruolo nel terrorismo rosso?
«Un quadro brigatista di altissimo livello. Una che aveva ucciso, e aveva custodito Aldo Moro».
E lei, cosa faceva nel 1980?
«Io appartenevo alla sezione speciale anticrimine. Abbiamo sgominato la colonna romana: 500 arresti, solo io ho subito tre conflitti a fuoco. Sono orgoglioso del fatto che nessuno dei miei uomini abbia perso la vita».
Ma come siete arrivati a lei?
«Decisivo fu un infiltrato che Ugo Pecchioli del Pci mise a disposizione del generale Dalla Chiesa, e che abbiamo gestito io e il capitano Bonaventura».
Uno del Pci si mischiò alle Br?
«Sì, fu capace di entrare in contatto con loro. La colonna romana, a differenza di quelle al Nord, era più difficile da individuare. Lui vi riuscì».
E Braghetti?
«Nel marzo del 1980 la fotografammo mentre entrava al ristorante con altri sei sette da Turiddu, in via Galvani, a Testaccio. Noi eravamo fuori, ad aspettarli. A un certo punto io entrai e li vidi con la coda dell’occhio. Era gente sospettosa, uno di loro mi notò, io uscii, lui mi seguì».
Poteva spararle?
«È quel che pensai, per fortuna arrivò un autobus e io vi salii sopra».
Perché non li avete arrestati?
«Abbiamo preferito pedinarli, c’interessavano i covi. Ne scovammo due, in via Silvani, ai Prati Fiscali, retto da Francesco Piccioni, l’altro in via Pesci. Il 7 maggio facemmo irruzione in via Silvani, il blitz in via Pesci fallì, perché si accorsero del nostro furgone sotto casa».
Sapevate che quella nella foto di marzo era Laura Braghetti?
«Lo scoprimmo dopo. Dopo l’arresto perquisimmo casa sua, in via Laurentina 421, venne fuori l’atto di compravendita di via Montalcini».
L’appartamento nel quale era stato tenuto nascosto Moro.
«In quel momento non lo sapevamo, ce lo rivelò Valerio Morucci, quando si pentì. Braghetti disse che l’aveva comprato con i soldi di un’eredità, non era vero. Io mi precipitai nell’appartamento, ma da qualche mese era stato venduto a una giovane coppia».
Si è mai saputo il nome dell’infiltrato?
«No, mai. A un certo punto lo bruciai, per evitare che fosse costretto a sparare».
Fu di un coraggio enorme.
«Lo Stato gli deve molto».