Ci sono gli intramontabili, come il taglio del canone Rai. E ci sono quelli che strizzano l’occhio ai “furbetti” che dichiarano al Fisco meno di quanto hanno guadagnato. Fanno tutti parte del pacchetto degli emendamenti alla manovra targati Lega. Un faldone da maxi processo in tribunale, più che un fascicolo da lavori parlamentari. A ieri sera conteneva più di 400 richieste. Aumenteranno ancora in vista della scadenza di venerdì, quando i funzionari del Senato inizieranno a contare le richieste depositate in commissione Bilancio dai gruppi parlamentari.
Intanto il Carroccio scalpita. Ha le idee chiare: la Finanziaria deve cambiare. Ben oltre i ritocchi ammessi da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, tra l’altro a saldi invariati e in linea con il nuovo Patto di stabilità. Non bastano - è il ragionamento - i «correttivi mirati» evocati da Luca Ciriani. Ai leghisti non è piaciuta l’intervista a Repubblica con cui il ministro per i Rapporti con il Parlamento ha illustrato la linea di Pa…
Ci sono gli intramontabili, come il taglio del canone Rai. E ci sono quelli che strizzano l’occhio ai “furbetti” che dichiarano al Fisco meno di quanto hanno guadagnato. Fanno tutti parte del pacchetto degli emendamenti alla manovra targati Lega. Un faldone da maxi processo in tribunale, più che un fascicolo da lavori parlamentari. A ieri sera conteneva più di 400 richieste. Aumenteranno ancora in vista della scadenza di venerdì, quando i funzionari del Senato inizieranno a contare le richieste depositate in commissione Bilancio dai gruppi parlamentari.
Intanto il Carroccio scalpita. Ha le idee chiare: la Finanziaria deve cambiare. Ben oltre i ritocchi ammessi da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, tra l’altro a saldi invariati e in linea con il nuovo Patto di stabilità. Non bastano - è il ragionamento - i «correttivi mirati» evocati da Luca Ciriani. Ai leghisti non è piaciuta l’intervista a Repubblica con cui il ministro per i Rapporti con il Parlamento ha illustrato la linea di Palazzo Chigi. Nelle ultime ore, Matteo Salvini non ha usato troppi giri di parole con i responsabili economici del suo partito: la manovra così non va. Troppo piccola, soprattutto - ha spiegato - c’è troppo poco per la Lega. Che - è la raccomandazione - deve portare a casa risultati «tangibili». Anche «qualcosa che possiamo spendere prima del voto», spiega una fonte leghista di peso. Mai come quest’anno, infatti, le proposte di modifica in Parlamento sono funzionali a lanciare un segnale ai territori chiamati al voto. Poco importa - ragionano alcuni parlamentari - se la tagliola del governo lascerà sul tavolo solo 300 emendamenti “segnalati”, tra maggioranza e opposizione. A essere ignorato è anche il tema delle coperture certe e in linea con le regole europee. Anche il mantra ripetuto da Giancarlo Giorgetti viene bypassato dall’ala più radicale del Carroccio in nome del consenso alle elezioni regionali del 22-23 novembre. Non è un caso se una buona fetta dei parlamentari più attivi nel proporre gli emendamenti sono del Veneto, la Regione in cui la Lega punta al rilancio dopo le ultime tornate assai deludenti.
Dagli obiettivi ai fatti, gli emendamenti messi in fila danno forma alle distanze tra l’ala radicale del Carroccio e il ministro leghista dell’Economia. Non sono bastate due riunioni per convincere i “falchi” a seguire l’unica strada ammessa dai vincoli europei e dalla necessità di tutelare l’obiettivo del deficit sotto il 3% per garantire all’Italia l’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione.
Ieri è stato proprio Salvini a rilanciare l’assalto. «I margini ci sono su tutto», ha detto il leader della Lega per fare da sponda al lavoro sulle pensioni del sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon. Pesa la batosta dell’aumento dei requisiti per lasciare il lavoro. Le correzioni punteranno ad allargare la micro-flessibilità concessa dalla manovra. C’è posto anche per l’allargamento della rottamazione. L’obiettivo è includere le cartelle arrivate ai contribuenti “pizzicati” dall’Agenzia delle Entrate: i debiti fanno riferimento alle dichiarazioni infedeli. Sono quelle di chi ha dichiarato meno di quanto ha guadagnato, pagando così meno tasse del dovuto.
Nella lista anche la cancellazione dell’aumento della cedolare secca sugli affitti brevi o comunque un incremento più contenuto (al 23% invece che al 26%). Ancora: più risorse per le assunzioni e gli straordinari delle forze dell’ordine, oltre al rinvio di un anno dell’aumento, dal 26% al 33%, delle tasse sulle criptovalute. C’è anche chi, come il senatore Claudio Borghi, propone di «vendere agli altri Paesi le nostre quote del Mes» per «procurarci 15 miliardi per abbassare le tasse», oltre a liberare risorse cancellando le pensioni di reversibilità per le unioni civili. Le correzioni costano. Ecco perché gli emendamenti chiederanno alle banche un miliardo in più rispetto a quanto pattuito. Un’altra slavina fatta rotolare sulle reti di protezione che la premier e il ministro dell’Economia hanno fissato intorno alla manovra dei conti in ordine.