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Jolanda Renga: “Io, ricattata, denunciai per aiutare altre ragazze. La scuola educhi alle relazioni”

L’intervista alla 21enne, figlia di Ambra Angiolini e Francesco Renga, intervenuta in un’audizione della Commissione parlamentare sui femminicidi e la violenza di genere
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“Il 10 ottobre ho ricevuto un messaggio da un numero sconosciuto con un prefisso americano che diceva: 'Pubblicherò a mezzanotte le foto che ho di te nuda e dì ad Ambra', mia mamma, 'che se non riceverò 10mila euro ti rovinerò la vita'”. Comincia così l’audizione di Jolanda Renga davanti alla Commissione parlamentare sui femminicidi e la violenza di genere. In quell’aula, accanto a sua mamma Ambra Angiolini, Jolanda, 21 anni, ripercorre la sua storia passata per un tentativo di ricatto, la paura, i commenti offensivi, l’odio online, ma anche una denuncia pubblica e una presa consapevolezza. Per provare ad aiutare altre ragazze come lei.

Jolanda, si è spaventata quel giorno davanti a quel ricatto?

«Moltissimo. Il messaggio non aveva un nome, una foto, nulla. Eppure quella persona, da un prefisso americano, mi scriveva in italiano, aveva il mio numero privato, citava mia mamma, mi scriveva in modo così diretto. Non era spaventata dall’idea che potesse avere materiale intimo, perché non …

“Il 10 ottobre ho ricevuto un messaggio da un numero sconosciuto con un prefisso americano che diceva: 'Pubblicherò a mezzanotte le foto che ho di te nuda e dì ad Ambra', mia mamma, 'che se non riceverò 10mila euro ti rovinerò la vita'”. Comincia così l’audizione di Jolanda Renga davanti alla Commissione parlamentare sui femminicidi e la violenza di genere. In quell’aula, accanto a sua mamma Ambra Angiolini, Jolanda, 21 anni, ripercorre la sua storia passata per un tentativo di ricatto, la paura, i commenti offensivi, l’odio online, ma anche una denuncia pubblica e una presa consapevolezza. Per provare ad aiutare altre ragazze come lei.

Jolanda, si è spaventata quel giorno davanti a quel ricatto?

«Moltissimo. Il messaggio non aveva un nome, una foto, nulla. Eppure quella persona, da un prefisso americano, mi scriveva in italiano, aveva il mio numero privato, citava mia mamma, mi scriveva in modo così diretto. Non era spaventata dall’idea che potesse avere materiale intimo, perché non ne ho mai condiviso, ma temevo pubblicasse immagini manipolate con l’Ai, qualcosa su cui non avevo alcun controllo: le avrebbe diffuse e non potevo farci niente».

Cos’ha provato?

«Ero senza difese, in imbarazzo, esposta e vulnerabile, colpita nella mia dignità. Eppure, ho pensato poi, non c’è nulla che dovrebbe farci sentire in difetto, nulla di cui io o altre donne dovremmo vergognarci, neanche se avessimo scambiato foto con il fidanzato. C’è sempre questa idea che le donne debbano sentirsi indegne. Su Instagram mi scrivevano: “così impari a fare la zozza”. E perché una donna dovrebbe essere definita “zozza” se nella propria intimità prova piacere a condividere foto con il suo compagno? E’ lei che si deve vergognare o chi quelle foto le diffonde senza consenso?”.

C’è una colpevolizzazione, lei dice, delle donne, etichettate per di più in maniera dispregiativa.

«Mi fa arrabbiare moltissimo. Io non dovrei sentirmi così, nessuna donna dovrebbe sentirsi così, perché è libera nella propria sessualità e intimità. Invece di puntare il dito contro i colpevoli che tradiscono la fiducia, che violano la privacy, che calpestano il consenso, si giudicano le vittime. Sempre a dirci “se ti vesti in quel modo ti succede qualcosa”, “se esci la sera ti può accadere un fatto brutto”. Io posso imparare a tutelarmi, a difendermi ma non possiamo essere sempre noi a calcolare il rischio, a capire il pericolo, a evitare di uscire, a rinunciare alla libertà. Serve un intervento alla base che insegni agli altri che certe cose non si fanno come esseri umani, per il benessere di tutti, in una società civile, in una comunità».

A lei i commenti più offensivi sono arrivati soprattutto da adulti.

«Siamo abituati al fatto che proprio loro si lascino andare a esternazioni di dubbio gusto, per usare un eufemismo. Ma mi chiedo: come si può pretendere il rispetto da noi giovani se gli adulti che ci circondano diffondono odio, sarcasmo, giudizio e spostano il focus dal carnefice alla vittima?».

Quali commenti la hanno ferita di più?

«Quelli che mi accusavano di voler cavalcare un’onda: post profondamente irrispettosi per tutti e ancor di più per chi si espone per una causa perché è stata toccata in prima persona. Ognuno ha il diritto a sentirsi violato, minacciato da quel che lo spaventa. Quando ho raccontato la mia storia su Instagram non l’ho fatto certo per visibilità, per ottenere un tornaconto personale: io volevo essere utile a qualcuno, pensavo soprattutto alle ragazze più piccole».

A loro cosa vorrebbe dire?

«Cercate aiuto. Non importa da parte di chi, basta che sia una persona di cui vi fidate. Non lasciatevi intimorire dai commenti e dalle reazioni. Una comunità sana deve sapere contro chi va puntato il dito».

Lei a chi ha raccontato prima la storia di quel finto ricatto?

«A mia mamma e a mio papà e con loro ho cercato di capire come comportarmi. Sono fortunata, ho una famiglia che mi ascolta e mi sostiene. Non tutte le ragazze hanno qualcuno alle spalle o una rete di persone vicine a dar loro forza. E il silenzio che nasce dalla paura di non essere ascoltati può portare a conseguenze devastanti. Anche per questo io ho denunciato e le denunce non andrebbero mai ignorate, ma accolte e bisogna andare in fondo a ognuna di loro».

Crede sia necessaria una educazione sessuo-affettiva a scuola?

«Sì, e fin dalle elementari, perché la scuola è il primo ambiente di società in miniatura, la prima comunità in cui ci ritroviamo a coesistere e convivere con altre persone anche se non ci piacciono, se non hanno le nostre stesse idee. Io ho sempre frequentato scuole pubbliche e ho avuto la possibilità di partecipare a iniziative interessanti di sensibilizzazione e prevenzione con esperti e linguaggi adatti alle nostre età. L’educazione va fatta a 360 gradi, non solo sulle materie scolastiche, ma sulle materie della nostra vita».

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