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Siracusano, Boschi, Salis, Proietti, le donne della politica alzano la voce contro i post sessisti

Maria Elena Boschi, Silvia Salis, Matilde Siracusano e Stefania Proietti 

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Sempre più sottosegretarie, ministre, governatrici e sindache rompono il silenzio e segnalano gli insulti lasciati suoi loro social. A destra come a sinistra
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“Vai a cucinare e poi a tromb…”, “Povera donna… lecca lecca”, “Dov’è uscita questa soubrette”, “L’unica cosa chiusa è il tuo cervello”, “Una cagnetta no?”. L’ultimo letamaio di odio sessista sui social lo denuncia la sottosegretaria azzurra per i Rapporti con il Parlamento Matilde Siracusano. Lo fa con un video e un appello alle altre donne: “Io che ho le spalle larghe domani vado a fare denuncia formale, ma ci sono ragazze che soffrono enormemente per questo schifo. Denunciate, magari qualcuno di questi si toglie il vizio”. È la regola, sotto i profili social delle politiche italiane: file di commenti con insulti misogini. Violenti, volgari. È la regola, ma non la normalità: sempre più sottosegretarie, ministre, governatrici e sindache alzano la voce per dirlo. A destra come a sinistra.

“Vai a cucinare e poi a tromb…”, “Povera donna… lecca lecca”, “Dov’è uscita questa soubrette”, “L’unica cosa chiusa è il tuo cervello”, “Una cagnetta no?”. L’ultimo letamaio di odio sessista sui social lo denuncia la sottosegretaria azzurra per i Rapporti con il Parlamento Matilde Siracusano. Lo fa con un video e un appello alle altre donne: “Io che ho le spalle larghe domani vado a fare denuncia formale, ma ci sono ragazze che soffrono enormemente per questo schifo. Denunciate, magari qualcuno di questi si toglie il vizio”. È la regola, sotto i profili social delle politiche italiane: file di commenti con insulti misogini. Violenti, volgari. È la regola, ma non la normalità: sempre più sottosegretarie, ministre, governatrici e sindache alzano la voce per dirlo. A destra come a sinistra.

Il 5 novembre è stato il turno della prima cittadina di Genova Silvia Salis. Ha preso la parola in consiglio comunale, il cellulare in mano: “Vi dico cosa succede ogni giorno sui miei social”. Ha letto direttamente dal suo account: “Questo signore che ha in braccio sua figlia nella foto profilo, sotto un mio post ha scritto: ‘Sei proprio una gran puttana’, e lo ha fatto con nome e cognome”. Poi ha continuato: “Per lui è una cosa normale dare della puttana alla sindaca”. Fino al cuore della questione: “E non mi ha detto incapace, perché alle donne dici puttana, non dici incapace e questo ce lo dobbiamo ricordare”. Anche per questo, concludeva Salis, serve un’educazione sessuale.

La sindaca di Genova Salis: "Insulti sessisti sui miei post. Non mi dicono incapace, ma putt..."

A gennaio, in un video su Instagram, Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia viva alla Camera, denunciava la stessa esperienza. Sotto un post che le aveva dedicato Fratelli d’Italia, i manganelli social si scatenavano. Sempre a sfondo sessuale: “Vai a lavorare che non sai fare manco l’uovo al tegamino”, “Bocca rubata al porno”.

E poi ancora, aprile, la presidente della regione Umbria Stefania Proietti. Con un post sui social ha mostrato la campagna d’odio di cui è abitualmente destinataria. Addirittura fotomontaggi, disegni caricaturali: la prima cittadina in minigonna, con le labbra rosse e il naso da pinocchio. Gli immancabili commenti annessi: “Viscida”, “La rossettata”, “Boccuccia di rosa”, “Questa se era per me stava a casa a lavare i piatti”.

Quattro casi, di certo non isolati. Un problema culturale diffuso. Da non sottovalutare. Lo dice Proietti: “È dal linguaggio che inizia la violenza”.

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