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Chi è Garofani, il consigliere del Colle additato dalla destra

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Giornalista, 63 anni. Con Mattarella dalla Dc al Quirinale all’insegna della sobrietà e della capacità di restare invisibile
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"Qual è il telefono di Garofani?”. Era la domanda che girava in Transatlantico, raccontano le cronache di gennaio 2015, nei giorni che precedettero la prima elezione al Colle di Sergio Mattarella. Perché Francesco Saverio Garofani, classe 1962, romano, laurea in Lettere e Filosofia, che secondo La Verità sarebbe tra coloro che al Quirinale “si agitano nella speranza di fare uno sgambetto alla premier”, è da sempre uno degli uomini più vicini all’attuale inquilino del Quirinale.

Fu proprio Mattarella nel 1995 a designarlo (insieme a Gerardo Bianco) direttore del Popolo, l’organo che stava mutando pelle lungo la china discendente della Democrazia cristiana. Obiettivo: rifondare il quotidiano dopo la fase gestita da Rocco Buttiglione, che però era passato con Berlusconi, il campo avverso ai nascenti popolari. Proprio al Popolo nel triennio precedente i due avevano cementato il loro rapporto: Mattarella direttore politico, Garofani direttore responsabile.

E per tracciare il profilo del s…

"Qual è il telefono di Garofani?”. Era la domanda che girava in Transatlantico, raccontano le cronache di gennaio 2015, nei giorni che precedettero la prima elezione al Colle di Sergio Mattarella. Perché Francesco Saverio Garofani, classe 1962, romano, laurea in Lettere e Filosofia, che secondo La Verità sarebbe tra coloro che al Quirinale “si agitano nella speranza di fare uno sgambetto alla premier”, è da sempre uno degli uomini più vicini all’attuale inquilino del Quirinale.

Fu proprio Mattarella nel 1995 a designarlo (insieme a Gerardo Bianco) direttore del Popolo, l’organo che stava mutando pelle lungo la china discendente della Democrazia cristiana. Obiettivo: rifondare il quotidiano dopo la fase gestita da Rocco Buttiglione, che però era passato con Berlusconi, il campo avverso ai nascenti popolari. Proprio al Popolo nel triennio precedente i due avevano cementato il loro rapporto: Mattarella direttore politico, Garofani direttore responsabile.

E per tracciare il profilo del sobrio cattolico democratico Garofani che sempre secondo la Verità ad una cena avrebbe invocato “un provvidenziale scossone” per disarcionare Giorgia Meloni, vale la pena rileggersi un editoriale firmato nel lontano 1998 proprio sul Popolo. Titolo: “L’ossessione della visibilità”. “C’è una cosa che ossessiona la politica, e i politici del nostro tempo. Questa cosa è la visibilità”, l’incipit. Pochi giorni prima Mattarella era diventato vicepresidente del Consiglio dei ministri con delega ai servizi segreti nel governo D’Alema.

Vite parallele, appunto. "Francesco è il suo figlio spirituale”, diceva di lui Dario Franceschini, eminenza dem considerato vicino al presidente. Dalla Dc (sempre nella corrente di sinistra del partito) al Ppi fino alla Margherita e infine al Pd, il percorso di Garofani è segnato dalla capacità di navigare sotto la superficie della polemica politica. Dote necessaria per far parte degli uomini del presidente.

Fedele a questo stile, Garofani viene eletto per la prima volta alla Camera nel 2006 con l'Ulivo, per poi venire confermato a Montecitorio nelle due successive legislature. Dal 2015 al 2018 è presidente della commissione Difesa della Camera. È stato membro della Direzione nazionale del Pd. Vicedirettore del quotidiano della Margherita e poi del Pd, Europa. Ha scritto due libri su Aldo Moro.

Fino all’ascesa al Quirinale, nel team del potente e altrettanto invisibile Ugo Zampetti, prima come consigliere informale poi come consigliere per le questioni istituzionali.

Dopo la sua ultima riconferma nel 2022 e la nomina a consigliere per gli Affari del Consiglio Supremo di Difesa, FdI comunicò il suo “stupore per la decisione di nominare una figura così politicizzata e di parte come un ex parlamentare del Pd, per un ruolo che per la prima volta non viene affidato ad un militare”. In precedenza Garofani era stato attaccato dalla destra per aver usato lo scudo fiscale di Tremonti.

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