In Campania non si vota soltanto per scegliere un governatore. È una sfida-nazione, per usare il lessico caro alla presidente del Consiglio.
Probabilmente l’unica elezione locale degli ultimi tre anni — quelli del centrodestra stabilmente al potere e del centrosinistra all’eterna ricerca dell’alternativa — in grado di misurare la capacità di tenuta e le prospettive future delle rispettive coalizioni. Schierate stavolta a ranghi completi e armi pari per la conquista di una regione che, orfana di Vincenzo De Luca, va oltre il classico duello tra i due candidati alla successione: il cinquestelle Roberto Fico e il “fratello” Edmondo Cirielli. Supera la dimensione territoriale. E punta dritto alle Politiche 2027. Un test decisivo per accreditare o viceversa smentire, a seconda del risultato, il mito dell’imbattibilità di Giorgia Meloni, da un lato; la leggenda del campo largo che se unito non ce n’è per nessuno, dall’altro.
Per la premier, che ci ha messo la faccia — sua e della decina…
In Campania non si vota soltanto per scegliere un governatore. È una sfida-nazione, per usare il lessico caro alla presidente del Consiglio.
Probabilmente l’unica elezione locale degli ultimi tre anni — quelli del centrodestra stabilmente al potere e del centrosinistra all’eterna ricerca dell’alternativa — in grado di misurare la capacità di tenuta e le prospettive future delle rispettive coalizioni. Schierate stavolta a ranghi completi e armi pari per la conquista di una regione che, orfana di Vincenzo De Luca, va oltre il classico duello tra i due candidati alla successione: il cinquestelle Roberto Fico e il “fratello” Edmondo Cirielli. Supera la dimensione territoriale. E punta dritto alle Politiche 2027. Un test decisivo per accreditare o viceversa smentire, a seconda del risultato, il mito dell’imbattibilità di Giorgia Meloni, da un lato; la leggenda del campo largo che se unito non ce n’è per nessuno, dall’altro.
Per la premier, che ci ha messo la faccia — sua e della decina di ministri scesi a tirare la volata al fedelissimo generale di brigata — strappare la Campania agli avversari sarebbe la prova che i sovranisti, forti al centro-nord, possono sfondare pure a Mezzogiorno. Magnifico biglietto da visita in vista delle prossime scadenze elettorali. È la ragione per cui, a dispetto dei sondaggi tutti sfavorevoli, la capa del governo continua a suonare la grancassa della rimonta.
Se si avverasse, vorrebbe dire espandere l’egemonia di FdI al Sud, ridimensionare le pretese di Forza Italia, blindare la narrazione della coalizione coesa e vincente. Al contrario, una probabile sconfitta potrebbe aprire il vaso di Pandora: azzurri e leghisti tornerebbero a chiedere più spazio, gli equilibri interni inizierebbero a traballare e la propaganda della “maggioranza inarrestabile” si sgonfierebbe come un sufflé.
Sul fronte opposto, invece, è Schlein a giocarsi l’osso del collo: quaggiù non solo ha messo in piedi un campo che più largo non si può, ha pure ceduto a Giuseppe Conte lo scettro di una regione guidata dal Pd per un decennio. A costo di sfidare le ire del presidente uscente, che ora con la civica “A testa alta” punta a sorpassarla. E il malumore dei sui dirigenti sul territorio. Ma se Fico ce la fa, la segretaria può rivendicare la maternità di una decisione assunta a prezzo di mille compromessi, ma per un obiettivo superiore: battere la destra e dimostrare l’efficacia di un’alleanza che, cementata dalla lava del Vesuvio, darà i suoi frutti fra due anni. Quando in palio ci sarà Palazzo Chigi. E a seguire il Quirinale.
Il candidato prescelto è difatti un grillino della prima ora: con una vittoria, il patto coi 5S diventa irreversibile, tornare indietro sarà impossibile. Se però perde, il castello rischia di crollare. Le accuse fin qui mosse sottotraccia — sul Pd subalterno al Movimento, un’alleanza troppo eterogenea e sbilanciato a sinistra — potrebbero riesplodere. Con esiti imprevedibili. Un film già visto. Che riguarda pure Conte: se la forchetta sarà meno ampia rispetto a cinque anni fa, quando De Luca sfiorò il 70% dei consensi, il capo dei Cinquestelle potrà dire di essere stato determinante e accampare pretese sulla leadership dell’intera coalizione progressista. Altrimenti, una sconfitta sarà l’alibi perfetto per smarcarsi.
Si vedrà lunedì. Tutto può succedere. A patto di sapere qual è la vera posta in gioco: oltre la Campania, il destino del centrosinistra.