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In Veneto, tra Lega e FdI è derby per il primato nell’era del dopo Zaia

(agf)

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Il Carroccio punta su Stefani per conservare il territorio. Il no-vax Szumski potrebbe rubare preferenze. La sfida impossibile di Manildo
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Riccardo Szumski, chi era costui? Segnatevi questo nome, perché nel centrodestra lo stanno marcando stretto. La sua lista “Resistere Veneto” potrebbe infatti prendere il 3-4 per cento e la grande incognita è a chi li toglierà. In questa sfida tutta interna al centrodestra per la primazia nella coalizione, dove ogni singolo voto conta, con FdI e Lega che nei sondaggi viaggiano molto vicini, è sulla wild card di Szumski che si sono appuntate le ultime riflessioni. Lui si definisce un “guerriero polacco-veneto”, è un ex medico radiato dall’ordine per le sue posizioni critiche nei confronti dei vaccini durante il Covid, un mix di venetismo e destra no-vax, beniamino de La Verità di Belpietro. Un personaggio del genere sottrarrà più voti all’area di Luca Zaia, che sul Covid è stato un paladino dei vaccini, oppure a FdI che ha sempre coccolato quell’area elettorale no green pass?

A sinistra si batte invece da mesi Giovanni Manildo, orgogliosamente alpino – proprio durante la naja gli…

Riccardo Szumski, chi era costui? Segnatevi questo nome, perché nel centrodestra lo stanno marcando stretto. La sua lista “Resistere Veneto” potrebbe infatti prendere il 3-4 per cento e la grande incognita è a chi li toglierà. In questa sfida tutta interna al centrodestra per la primazia nella coalizione, dove ogni singolo voto conta, con FdI e Lega che nei sondaggi viaggiano molto vicini, è sulla wild card di Szumski che si sono appuntate le ultime riflessioni. Lui si definisce un “guerriero polacco-veneto”, è un ex medico radiato dall’ordine per le sue posizioni critiche nei confronti dei vaccini durante il Covid, un mix di venetismo e destra no-vax, beniamino de La Verità di Belpietro. Un personaggio del genere sottrarrà più voti all’area di Luca Zaia, che sul Covid è stato un paladino dei vaccini, oppure a FdI che ha sempre coccolato quell’area elettorale no green pass?

A sinistra si batte invece da mesi Giovanni Manildo, orgogliosamente alpino – proprio durante la naja gli venne affibbiato il soprannome “Kung fu panda” – cattolico ed ex sindaco di Treviso. È stato capace di riunire tutto il campo largo sul suo nome e sicuramente sarà difficile che faccia peggio dello sfortunato Arturo Lorenzoni che cinque anni fa si fermò al 15 per cento. Ma Lorenzoni aveva di fronte l’astromissile Luca Zaia, con il suo 76 per cento. La speranza di Manildo è che mesi di tira e molla sul terzo mandato, di guerra sul successore di Zaia e persino di assessorati spartiti ancora prima di vincere, abbiano stancato l’elettorato moderato. Luca De Carlo, il federale di Meloni per il Veneto, ha confessato giorni fa la sua preoccupazione per un dibattito che «è riuscito quasi a stufare l’elettorato a pochi giorni dalle elezioni». Secondo il coordinatore di FdI c’è una «sottovalutazione della situazione, per cui si dà già per scontato il risultato». Spia di questa tensione è stata l’insistenza con cui sia Zaia sia il candidato presidente Alberto Stefani, durante l’evento di chiusura campagna a Padova, hanno battuto sul rischio bassa affluenza. «Il più grande avversario che abbiamo è rappresentato dall’astensionismo», ha detto Zaia, prendendosela con il governo (davanti a Meloni, seduta in prima fila) per «una convocazione che è irrituale, che non ha un election day con qualche comune. Perché lo stesso comune di Venezia, che scadeva con noi, andrà a maggio».

Nessuno si illude di replicare il 61 per cento di affluenza del 2020, quando nello stesso giorno si votava anche il referendum sul taglio dei parlamentari, ma se ci fosse un crollo di presenze ai seggi, si potrebbero scombinare molti pronostici.

La campagna elettorale, di per sé, non ha offerto spunti di interesse in grado di mobilitare un elettorato distratto, che pure in Veneto guarda con preoccupazione alla sanità pubblica sempre più definanziata. Il giovane Stefani appare in assoluta continuità con Zaia, pur essendo il vice di Matteo Salvini. L’unica nota piccante è stata la polemica innescata da Roberto Vannacci sul fascismo, subito rintuzzato da Zaia. Anche in questo caso, un derby tutto nel centrodestra.

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