Schlein vince le sue primarie con Conte, via alla corsa delle politiche
di Annalisa CuzzocreaLa Camera dei deputati
È un pareggio dentro cui guardare bene, questo delle Regionali 2025. Perché contiene i segni di qualcosa di nuovo che lentamente si muove, nell’elettorato che ancora pensa abbia senso la fatica democratica del voto. La linea Schlein nel centrosinistra si rafforza grazie ai risultati larghi di Campania e Puglia. All’ultima tornata elettorale prima delle politiche, la segretaria del Pd vince le sue personali primarie anche rispetto alle ambizioni di Giuseppe Conte, che vede il Movimento 5 stelle su percentuali inferiori alle aspettative. Allo stesso tempo, Giorgia Meloni si indebolisce non solo a Sud, ma anche in Veneto, dove la Lega sopravanza il suo partito a differenza di quanto era successo alle scorse europee un anno fa e alle politiche del 2022. Un dato che l’effetto Zaia capolista della Lega non basta a spiegare.
È un pareggio dentro cui guardare bene, questo delle Regionali 2025. Perché contiene i segni di qualcosa di nuovo che lentamente si muove, nell’elettorato che ancora pensa abbia senso la fatica democratica del voto. La linea Schlein nel centrosinistra si rafforza grazie ai risultati larghi di Campania e Puglia. All’ultima tornata elettorale prima delle politiche, la segretaria del Pd vince le sue personali primarie anche rispetto alle ambizioni di Giuseppe Conte, che vede il Movimento 5 stelle su percentuali inferiori alle aspettative. Allo stesso tempo, Giorgia Meloni si indebolisce non solo a Sud, ma anche in Veneto, dove la Lega sopravanza il suo partito a differenza di quanto era successo alle scorse europee un anno fa e alle politiche del 2022. Un dato che l’effetto Zaia capolista della Lega non basta a spiegare.
Così, da questo voto derivano tracce da seguire nei prossimi mesi. I dati spaventosi dell’astensione rivelano che non è ancora arrivata dai partiti una proposta capace di scuotere chi ha ormai abdicato alla scelta. Chi si lascia condurre come se le elezioni non avessero il potere di cambiare la sua vita. Di migliorarla, perfino. E quindi, la prima sfida che hanno davanti i partiti, e in particolare il centrosinistra che cerca un riscatto, è non rassegnarsi alla forza esigua del voto organizzato, che può premiare in contese locali, ma non basta nel mare alto delle politiche. Anche per questo, Schlein farà bene a non ascoltare i richiami di Meloni sulla necessità di cambiare la legge elettorale, e a concentrarsi come ha fatto fin qui sull’ascolto del Paese e sulle risposte di cui le persone sentono il bisogno. Tanto più la destra cercherà di attirarla nel palazzo, tanto più dovrà farsi trovare altrove. Perché l’apertura del cantiere elettorale a urne appena chiuse da parte di Fratelli d’Italia, con l’eliminazione dei collegi uninominali e un premio di maggioranza blindato, è il primo vero segnale di debolezza della premier.
Meloni tenta l’opposizione che ha sempre criticato il sistema attuale, ma deve convincere prima di tutto la sua maggioranza: a partiti come la Lega che hanno un forte radicamento territoriale al Nord, o Forza Italia che ce l’ha in alcune regioni del Sud, non è detto che un sistema diverso possa convenire. E questo, potrebbe aprire nuove frizioni nella maggioranza, che non esce indenne dalla tornata appena conclusa. Salvini gongola per il risultato del Veneto, ma sa bene che benché Stefani sia un suo fedelissimo, non è il suo modello di Lega ad aver vinto. E dovrà stare attento a Luca Zaia, che ha trascinato i voti di lista: l’ex presidente gode di un consenso che non ha ancora deciso come spendere. Per ora, ha solo detto che rispetto al generale Vannacci «fa obiezione di coscienza». Non è poco, di fronte a risultati del Carroccio di tutt’altro tenore nelle altre regioni che sono andate al voto.
Detto questo, il centrosinistra deve stare attento alle semplificazioni. Schlein ha dimostrato che Puglia e Campania potevano abbandonare la strada già battuta con Emiliano e De Luca, senza pagare pegno. Anzi, rafforzandosi com’è stato con Decaro. Che certo in chiave interna è visto come un possibile avversario della segretaria, ma in questo momento è stato funzionale al suo disegno: dimostrare che l’alleanza larghissima dai 5 stelle a Matteo Renzi passando per Alleanza Verdi Sinistra con il Pd come perno, è competitiva e conduce alla vittoria. Di più, che vista in una proiezione nazionale avrebbe premiato il centrosinistra nel 2022 e potrebbe premiarlo nel 2027. Ma qui viene il difficile. Perché aver prevalso in due Regioni su tre ieri e aver dimostrato la sofferenza della destra a Sud, non basta: servono ancora due fattori, perché l’ottimismo sia giustificato. Il primo è che i 5 stelle credano nell’alleanza quanto il Pd, lo dimostrino anche quando i candidati non sono i loro - com’era Fico in Campania - e siano disposti a trovare punti in comune su temi come l’Ucraina, abbandonando la linea che li ha visti a lungo più comprensivi delle ragioni di Putin che di quelle di Zelensky. Il secondo è il nodo della leadership, sulla quale Conte non smette di puntare nonostante i numeri.
C’è un terzo fattore che potrebbe decidere la partita: il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati che dovrebbe tenersi la prossima primavera. Meloni e la stessa Schlein possono anche cercare di non politicizzarlo, ma non sarà possibile neutralizzarne gli effetti. Se vincerà il Sì, la premier potrà andare avanti nella sua strategia di annichilimento dei contropoteri rispetto all’esecutivo (evidente anche negli attacchi alla presidenza della Repubblica). Se vincerà il No, il centrosinistra avrà un’altra prova della necessità di restare unito. E chissà se si abbandoneranno i personalismi e si deciderà cosa - insieme - c’è da fare.