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Regionali Veneto, la valanga Zaia travolge FdI. Salvini: “Mi davano per morto”

Luca Zaia arriva al quartier generale in provincia di Treviso dopo le elezioni regionali 

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Il segretario si intesta la vittoria ma l’ex governatore fa il record di 200mila preferenze e lo gela. “Resto in Regione, con la mia lista avremmo fatto meglio. Non si governa con le chiacchiere”
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VILLORBA (Treviso). Esattamente come avvenne alle regionali di cinque anni fa, il giorno dei record, il neo-eletto consigliere Luca Zaia sceglie la sede della Liga, coi suoi militanti muniti di vettovaglie, per commentare il voto. Il titolo stavolta, a sentire chi ha passato con lui la giornata dello spoglio, sarebbe uno: “Zaia doppia Meloni”. Lui, il presidente uscente, una volta arrivato in sede non la dice così, vola un po’ più basso, ma la sostanza dei numeri che poi alla fine si metteranno sul piatto dice questo: nella “sua” regione, con lui capolista in tutte le province per la Lega, il Carroccio — ovunque in difficoltà e in contrazione — rimane egemone. Ribaltando il trend veneto delle Politiche (2022) e delle Europee (2024), che hanno visto FdI diventare primo partito. Ora non più. Un caso?

Il telefono del Doge è un continuo: a metà pomeriggio i messaggi da leggere sono circa 400. «Mi si apre il cuore per questo risultato perché dopo 15 anni a mezzo hai la dimostrazione che …

VILLORBA (Treviso). Esattamente come avvenne alle regionali di cinque anni fa, il giorno dei record, il neo-eletto consigliere Luca Zaia sceglie la sede della Liga, coi suoi militanti muniti di vettovaglie, per commentare il voto. Il titolo stavolta, a sentire chi ha passato con lui la giornata dello spoglio, sarebbe uno: “Zaia doppia Meloni”. Lui, il presidente uscente, una volta arrivato in sede non la dice così, vola un po’ più basso, ma la sostanza dei numeri che poi alla fine si metteranno sul piatto dice questo: nella “sua” regione, con lui capolista in tutte le province per la Lega, il Carroccio — ovunque in difficoltà e in contrazione — rimane egemone. Ribaltando il trend veneto delle Politiche (2022) e delle Europee (2024), che hanno visto FdI diventare primo partito. Ora non più. Un caso?

Il telefono del Doge è un continuo: a metà pomeriggio i messaggi da leggere sono circa 400. «Mi si apre il cuore per questo risultato perché dopo 15 anni a mezzo hai la dimostrazione che i cittadini ti vogliono ancora bene...», dice parlando al secondo piano del K3, a pochi chilometri da casa sua. Alle sue spalle c’è la statua del Leone di San Marco, simbolo venetista per eccellenza, ovunque restano appiccicati manifesti storici del partito. Si è arrivati fin qui con qualche delusione: nessun via libera per il quarto mandato, niente lista Zaia, e poi il suo nome che poteva andare nel simbolo del partito e invece nulla da fare. Alla fine è andata forse anche meglio del previsto. «Così bene no, non me lo aspettavo — ammette — se oggi avessimo avuto la lista Zaia questa maggioranza avrebbe avuto ancora più consiglieri. E si governa con i consiglieri, non con le chiacchiere».

E ora cosa succede? Di sicuro Zaia andrà in Consiglio regionale, e senza l’assillo dell’amministrazione quotidiana del territorio «comincerà a fare politica», dicono i suoi. Che detta così, suona quasi una minaccia sia per FdI, costretta a ridimensionare le proprie ambizioni, che per quel pezzo di gruppo dirigente della Lega insofferente verso chiunque non sgomiti per recitare il rosario quotidiano di Matteo Salvini.

Zaia sindaco di Venezia? Deputato al posto di Alberto Stefani? Vicesegretario leghista? Ministro se si libera qualche casella? Altri ruoli pubblici di peso e responsabilità? Zaia fa segno con le mani come a dire, piano. Per intanto ieri ha subito chiamato il suo successore per complimentarsi, così anche si è sentito con il segretario federale, accorso nel frattempo a Padova per complimentarsi con Stefani (come invece non fece nel 2020 per Zaia): «Ci davano per morti, lo fanno da anni, invece siamo in discreta salute...», commenterà il vicepresidente del Consiglio.

L’altro dato da osservare sono le preferenze personali di Zaia. A spoglio non ancora concluso, i dati dicevano oltre 150 mila. Un altro numero che avrà fatto fischiare le orecchie a Roberto Vannacci, il vicesegretario con l’elmetto, il quale in questi ultimi mesi si era vantato a più riprese del suo seguito in Veneto: prese 70 mila preferenze. «Il generale? Io ho fatto l’obiettore di coscienza», risponde Zaia. I due si detestano e non fanno nulla per dissimulare. Ma è un tema tutto politico. Il “Doge” non ha mai avuto un profilo sovranista, neanche quando la svolta nel 2019 portò il Carroccio oltre il 30 per cento a livello nazionale; figuriamoci quel che può pensare di fronte alle sbandate neofasciste e provocatorie dell’ex militare. Anche per questo il progetto della doppia Lega, in stile tedesco Cdu-Csu, adesso prende quota. Due partiti in uno, una sorta di federazione. Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti, ma pure Massimiliano Romeo, condividono l’esigenza di dare più voce ai territori del Nord. E i numeri oggi — uniti al flop toscano dei vannacciani — confermano che l’ala settentrionalista ha tutte le ragioni per reclamare più peso e autonomia. Sulle due leghe «alla scorsa Pontida ho portato in sede ufficiale un contributo di riflessione. Dico: guardate, siccome noi abbiamo sempre più il problema di fare sintesi all’interno di un partito nazionale, come ce l’ha il Pd e ce l’hanno tutti, perché non pensare di adottare dei modelli che funzionano? Per esempio — ragiona Zaia — quello che è successo con Csu e Cdu in Germania, tutto qua. Al momento non se ne sta discutendo, ma prima o poi ci toccherà discuterne». Ecco, “discutere” sì, ma davvero. Pratica che in Lega, negli ultimi anni, è un po’ caduta in disuso e che Zaia ha tutta la voglia di riscoprire.

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