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Legge elettorale, Azzariti: “Si inventano un sistema solo per ostacolare gli avversari”

Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale (fotogramma)

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Il costituzionalista: “Serve una riforma per affrontare la crisi della rappresentanza e riportare la gente alle urne. Il maggioritario? Ormai ha fallito”
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Professor Gaetano Azzariti, docente di diritto costituzionale, alla luce dei risultati in Campania e Puglia con questa legge elettorale cosa rischia il centrodestra alle politiche?

«Rischia di perdere al Sud. È la democrazia, bellezza».

Da destra le potrebbero rispondere: e allora cambiamo la legge elettorale, è la politica, bellezza.

«Trovo insopportabile che la legge elettorale sia cambiata solo strumentalmente in base alla propria convenienza. Non è la prima volta che ciò avviene. È dal Porcellum che le regole elettorali vengono cambiate in modo compulsivo, al fine di evitare le sconfitte o di rendere più difficile la vittoria dell’avversario».

Perché compulsivo?

«Dal 1993 abbiamo avuto ben quattro leggi elettorali, due delle quali dichiarate incostituzionali, e una terza, quella attuale, con forti criticità costituzionali».

Professor Gaetano Azzariti, docente di diritto costituzionale, alla luce dei risultati in Campania e Puglia con questa legge elettorale cosa rischia il centrodestra alle politiche?

«Rischia di perdere al Sud. È la democrazia, bellezza».

Da destra le potrebbero rispondere: e allora cambiamo la legge elettorale, è la politica, bellezza.

«Trovo insopportabile che la legge elettorale sia cambiata solo strumentalmente in base alla propria convenienza. Non è la prima volta che ciò avviene. È dal Porcellum che le regole elettorali vengono cambiate in modo compulsivo, al fine di evitare le sconfitte o di rendere più difficile la vittoria dell’avversario».

Perché compulsivo?

«Dal 1993 abbiamo avuto ben quattro leggi elettorali, due delle quali dichiarate incostituzionali, e una terza, quella attuale, con forti criticità costituzionali».

Si cambia in base alla contingenza politica?

«Sì. Ora queste elezioni hanno dimostrato che se i due blocchi sono compatti, e non come nel 2022 quando il centrosinistra si è presentato disunito, la partita è aperta. E perciò ora la maggioranza cerca di fermare l’altro blocco, o di limitare i danni».

Che rischi vede per il sistema?

«Abbiamo un problema enorme che riguarda l’astensionismo che nessuno vuole affrontare seriamente. Quel che più servirebbe sarebbe proprio una riforma che affrontasse la crisi drammatica della rappresentanza. Bisogna riportare la gente a votare, non inventarsi sistemi elettorali per ostacolare gli avversari politici».

Che legge immagina la destra per evitare di perdere?

«Leggo dai giornali che intende eliminare i collegi uninominali, generalizzare il sistema delle liste prevedendo capilista bloccati, imporre premi abnormi».

La Consulta non la casserebbe una legge così?

«Il rischio c’è, specialmente per il punto sui premi, se si pensa di assegnare il 55% dei seggi col 40% dei voti. Non calcolando neppure che nel frattempo è stato ridotto il numero dei parlamentari. Un premio che può essere ritenuto irragionevole, perché eccessivamente distorsivo della rappresentanza reale».

Una legge non concordata con l’opposizione.

«Ecco un’ulteriore criticità costituzionale. Leggi così importanti dovrebbero essere discusse coinvolgendo l’opposizione».

Però non è avvenuto nemmeno per la riforma della giustizia.

«Non si è dato, ai parlamentari di opposizione, ma nemmeno a quelli di maggioranza, di cambiare neppure una virgola».

E perché gli italiani non vanno più a votare?

«Penso che l’astensionismo abbia anche origine dall’illusione della cosiddetta “democrazia maggioritaria”, ricercata dopo il referendum del 1993. All’epoca voci autorevoli come Pasquino o Ruffilli sostenevano che in questo modo si restituiva lo scettro al principe, avvicinando il popolo alle istituzioni».

Sta succedendo esattamente il contrario?

«Bisogna prendere atto che il maggioritario ha fallito. E riflettere su una rappresentanza che garantisca un maggiore collegamento tra territorio e eletto, e non solo tra territorio e leader».

Qual è il sistema migliore per raccordare il rappresentante al territorio?

«Un sistema basato su collegi uninominali, che avvicinano l’eletto al territorio, coniugato ad un riparto proporzionale dei seggi, che ripristinano una rappresentanza reale. Un sistema collaudato e che ha diversi precedenti sia in Italia che all’estero».

E la governabilità?

«Sarà garantita da un Parlamento finalmente sede del compromesso. Lo diceva Kelsen che di democrazia se ne intendeva».

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