ROMA – Il governo vuole portare in aula alla Camera, a inizio 2026, l’altra riforma che doveva andare a braccetto con l’autonomia: il premierato. Da destra ormai è un coro. E siccome con gli ultimi risultati delle elezioni regionali soprattutto al Senato si rischia lo stallo dopo le prossime Politiche - con il centrodestra che non ha la sicurezza di avere la vittoria in tasca - «allora cambiamo la legge elettorale per garantire la stabilità». L’effetto post voto su Fratelli d’Italia è immediato: superare alla svelta il Rosatellum e sostituirlo con una nuova legge elettorale.
La tempistica di questo attivismo è ovviamente sospetta, anche se tutti da destra tengono a specificare che se ne parlava già da tempo. Dice ad esempio Ignazio La Russa, in occasione della presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa: «Una legge elettorale non deve essere pensata per qualcuno, ma per evitare che ci sia una situazione di stallo o pareggio che comporta un danno per i cittadini, che non vedrebbero un governo legittimamente deciso da loro, ma per necessità attraverso soluzioni diverse, come un governo tecnico».
Quanto al premierato, continua, i tempi per portarlo a termine «ci sono». Tuttavia non a gennaio, sostiene il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami. Sottolinea invece Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario all’attuazione del programma: «Noi vorremmo immaginare una legge elettorale già adatta alla riforma del premierato. Il referendum con ogni probabilità si terrà nella prossima legislatura, a quel punto sarebbe già bene avere una legge che rispecchia quella che dovrà essere adottata con la forma del premierato». Dalle parti di Forza Italia concordano: «Una legge elettorale con un premio di maggioranza permette di averne una chiara e netta già il minuto dopo lo spoglio», spiega il vicesegretario azzurro Stefano Benigni. Non la pensano così in casa Lega. Il voto veneto se non altro conferma il radicamento al Nord del Carroccio e il sistema attuale dei collegi uninominali garantisce la tenuta leghista su quella parte di Paese. «Per noi non è una priorità parlarne — conferma infatti il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari — dopodiché se gli alleati vogliono discutere di legge elettorale ne discuteremo». Le divergenze generali nella coalizione di governo non si fermano qui: a Fi non piace il nome del candidato presidente sul Consiglio della coalizione sulla scheda, a differenza dei meloniani.
Tra le file dell’opposizione monta la protesta. «Il combinato disposto tra il premierato che il governo vuole portare in aula a gennaio e la legge elettorale Meloncellum, cioè un Porcellum in salsa meloniana, che elimina i collegi, introdurrebbe un finto proporzionale, con un premio che trasforma una minoranza in maggioranza e infila abusivamente l’elezione del premier nelle elezioni del Parlamento: è l’anticamera dei “pieni poteri”», dice il segretario di +Europa Riccardo Magi. «Serve una opposizione durissima», conclude. In casa Pd, il capogruppo al Senato Francesco Boccia incalza: «Siamo alla solita destra, quando pensano di perdere vogliono cambiare le regole del gioco. A me questa legge elettorale non è mai piaciuta perché non consente la scelta diretta degli eletti, ma una cosa è fare modifiche, un’altra è volere cambiarne l’impianto a convenienza». Va detto che tutti — dal Pd ad Avs, dal M5S ai centristi, oltre alla destra — avrebbero delle proposte per modificare la legge. Chi più proporzionale, chi meno, chi con le preferenze, chi è affezionato alle liste bloccate, chi con i collegi e chi senza. Se ne venisse varata una nuova, sarebbe la quinta dal 1993 ad oggi.