ROMA – «Non so niente, non ho mai voluto sapere niente di quello che faceva Striano, ma pure se lo sapessi non direi nulla perché quello che potete fare voi è nulla rispetto a quello che mi possono fare loro». La frase è sepolta tra le 65mila pagine che compongono l’inchiesta della pm di Roma Giulia Guccione sulle rivelazioni di segreti all’interno della Direzione nazionale antimafia. In un documento che racconta quanto fosse profonda la voragine. A pronunciarla non è un pentito che teme le ritorsioni di un clan. È un luogotenente della Finanza, che spiega ai colleghi cosa rischierebbe se parlasse del protagonista dell’indagine: Pasquale Striano, finanziere in servizio alla Dna. E presumibilmente anche del magistrato a cui si appoggiava, Antonio Laudati.
Il proc…
ROMA – «Non so niente, non ho mai voluto sapere niente di quello che faceva Striano, ma pure se lo sapessi non direi nulla perché quello che potete fare voi è nulla rispetto a quello che mi possono fare loro». La frase è sepolta tra le 65mila pagine che compongono l’inchiesta della pm di Roma Giulia Guccione sulle rivelazioni di segreti all’interno della Direzione nazionale antimafia. In un documento che racconta quanto fosse profonda la voragine. A pronunciarla non è un pentito che teme le ritorsioni di un clan. È un luogotenente della Finanza, che spiega ai colleghi cosa rischierebbe se parlasse del protagonista dell’indagine: Pasquale Striano, finanziere in servizio alla Dna. E presumibilmente anche del magistrato a cui si appoggiava, Antonio Laudati.
Il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, lo aveva capito: «È inverosimile che uno stesso utente (Striano, ndr) possa aver consultato migliaia di documenti in una sola giornata, anche oltre undicimila documenti l’11 agosto 2021». I numeri servono a capire: tra il 2019 e il 2022 Striano ha effettuato oltre 340mila download. Altri colleghi hanno consultato oltre 12mila volte le banche dati più sensibili del Paese: Siva, Serpico, Sdi, Infocamere, Aci, i database degli operatori telefonici. Archivi che custodiscono le informazioni sensibili dei cittadini.
Striano, assistito dagli avvocati Tommaso Fusillo e Massimo Clemente, ha monitorato sportivi, politici, persone comuni. «A casa ho una banca dati che ho creato in 30 anni», diceva. Difficile pensare che servisse solo per soddisfare le richieste di alcuni giornalisti. Dai documenti emerge altro: la rete di Striano. Finanzieri a cui proporre «scambi informali». Poliziotti da cui ottenere «una cosa tranquilla», come la residenza dell’ex fidanzato di una cameriera. Colleghi in tutta Italia a cui mandare «un atto della procura antimafia al massimo livello di riservatezza». Carabinieri, personale della Dna, dell’antiterrorismo, della presidenza del consiglio. Tutto fuori protocollo. Perché, come diceva Striano, «se devi acquisire formalmente serve una richiesta, se informalmente ti mando pure Gesù Cristo».
Una dinamica nota da tempo. Il 21 maggio, davanti ai pm, l’ex procuratore aggiunto della Dna, Giovanni Russo, racconta: «Striano aveva la tendenza a espandere il proprio ruolo e potere, è refrattario alle regole della Dna... ne ho parlato al procuratore Cafiero de Raho e mi disse che avrebbe risolto lui». De Raho, oggi parlamentare, nega. Ma Russo non è l’unico a certificare una realtà che altri hanno definito «surreale». È questo il termine utilizzato da un carabiniere incaricato da Melillo di far luce su «logiche autoreferenziali», «interlocuzioni non trasparenti», accessi illeciti al palazzo.
Si era capito già che ci fosse una talpa. L’ex comandante generale della Guardia di Finanza Giuseppe Zafarana, indagava. Lo racconta ai pm di Perugia. Sostiene di aver ricevuto lamentele da diversi cronisti. Con uno di loro aveva stretto un’amicizia. Parla di Giuliano Foschini, di Repubblica, a cui avrebbe chiesto se «nel mondo della stampa non si abbia una minima idea di quali possono essere gli ambiti da cui vengono fuori queste cose». Foschini avrebbe risposto, è la versione di Zafarana, parlando di «voci» da prendere «con il beneficio di inventario. Una delle possibili fonti di propalazione delle fughe di notizie potrebbe ricercarsi nella Dna e ricondursi al consigliere Laudati. Detto che, per chi fa il mio mestiere, se le hai (le informazioni, ndr) devi pubblicarle».????