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Caso Striano-Laudati, la guerra in Antimafia: “Questi si ammazzano”

Antonio Laudati 

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Nelle carte dell’inchiesta sugli accessi abusivi ai sistemi investigativi lo scontro interno alla Dna. Il finanziere: i pm “combattono tra loro”
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ROMA – «Questi si ammazzano». La fotografia di ciò che accadeva dentro la Direzione nazionale antimafia è racchiusa in una frase sepolta tra migliaia di pagine. Svela un conflitto silenzioso, feroce, che oggi emerge dall’inchiesta della procura di Roma sull’ex magistrato Antonio Laudati e sul finanziere Pasquale Striano. Perché le carte raccontano molto più dei dossier manipolati, delle banche dati dello Stato usate come un jukebox, delle soffiate ai giornalisti e di quello che la presidente dell’Antimafia, Chiara Colosimo, ieri ha definito «un traffico organizzato di dati». Dentro quelle carte c’è un’altra storia: le crepe di una delle istituzioni più sensibili del Paese, la Dna, ai tempi della gestione di Cafiero De Raho.

A raccontarla sono protagonisti e comparse dell’indagin…

ROMA – «Questi si ammazzano». La fotografia di ciò che accadeva dentro la Direzione nazionale antimafia è racchiusa in una frase sepolta tra migliaia di pagine. Svela un conflitto silenzioso, feroce, che oggi emerge dall’inchiesta della procura di Roma sull’ex magistrato Antonio Laudati e sul finanziere Pasquale Striano. Perché le carte raccontano molto più dei dossier manipolati, delle banche dati dello Stato usate come un jukebox, delle soffiate ai giornalisti e di quello che la presidente dell’Antimafia, Chiara Colosimo, ieri ha definito «un traffico organizzato di dati». Dentro quelle carte c’è un’altra storia: le crepe di una delle istituzioni più sensibili del Paese, la Dna, ai tempi della gestione di Cafiero De Raho.

A raccontarla sono protagonisti e comparse dell’indagine, convinti al tempo di scrivere chat effimere. Conversazioni che invece oggi finiscono nelle mani della pm romana Giulia Guccione, titolare del fascicolo da quando per volere della Cassazione il procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, ha inviato ogni atto nella Capitale. Tra quelle carte ci sono i messaggi del 23 maggio 2019, quando Striano scrive al collega Massimo Carlesi. Si tratta dello stesso uomo che poi confesserà di avere paura di una parte della Dna, sintetizzando così il clima: «Non so niente, non ho mai voluto sapere niente. Ma pure se lo sapessi non direi nulla. Quello che potete farmi voi è nulla rispetto a quello che possono farmi loro».

Quel giorno, al telefono, si parla «della guerra» di Laudati contro il collega Giovanni Russo. Un rapporto nato anni prima a Napoli, «erano vicinissimi» dirà l’ex procuratore nazionale Cafiero de Raho. Poi qualcosa si rompe. E da lì il fronte si spacca: da una parte i «Laudati men», come veniva definito Striano, dall’altra i finanzieri legati a Russo. «Tutti stanno a combattere o ridere sulla pelle nostra», scrive Striano. Poi aggiunge: «Loro non si ammazzano. Ma noi?». Non è un episodio isolato. È una costante. E quando l’indagine esplode, ognuno prova a tirarsi fuori. Anche chi era un alleato. Lo stesso Laudati, interrogato il 6 giugno 2023, punta il dito contro l’uomo di cui più si fidava, Striano. Infatti quando i pm contestano che il finanziere ha spiegato di aver consultato le banche dati su Guido Crosetto per un’attività «pre-investigativa», la risposta di Laudati è secca, nervosa: «Se Striano ha detto questo è un bugiardo. E se mi accusa, è un calunniatore».

Anche Giovanni Russo prende le distanze. Dice ai pm: «Striano espandeva il proprio ruolo. Era refrattario alle regole della Dna. Lo segnalai al procuratore». Cafiero de Raho, oggi parlamentare, nega: Russo, sostiene, «ha preso distanza da molte cose» e non gli avrebbe mai riferito nulla.

L’ultima fotografia arriva dall’attuale procuratore antimafia, Giovanni Melillo, il primo ad avviare le indagini per tutelare l’istituzione. Convoca un carabiniere, riferisce i suoi sospetti. Secondo il militare dell’Arma avrebbe parlato di «logiche autoreferenziali», «interlocuzioni non trasparenti», accessi riservati sospetti al palazzo. E poi una frase che sintetizza tutto: «essere guardinghi». Non ci si può fidare di molti. «Tra il luogotenente Salese e il tenente Striano c’era una rivalità personale forte che comprometteva ciò che avrebbe dovuto essere un coordinato ed efficiente operare». Una guerra. In un luogo nato per contrastare mafiosi e terroristi.

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