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Il campo largo cerca un nuovo nome, Bonelli lancia l'Alleanza per l'Italia. I tentativi del passato

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L’esponente di Avs chiede “un progetto politico aperto e responsabile”. Giorni fa Bersani a Repubblica aveva parlato della necessità di dare un nome alla coalizione
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Angelo Bonelli la vorrebbe chiamare 'Alleanza per l'Italia', cioè "un progetto politico aperto e responsabile che rimetta al centro un'Italia una e indivisibile". Un programma e una coalizione "che parli di giustizia sociale, lotta alle diseguaglianze, clima, energia pulita, futuro delle nuove generazioni, sanità pubblica, nella scuola, nella riconversione ecologica dell'economia". L'idea l'ha lanciata al Consiglio federale nazionale di Europa verde, il partito di cui è co-portavoce e che assieme a Sinistra Italiana forma Alleanza verdi sinistra. "I verdi con Avs sono una forza del 7 per cento – sottolinea Bonelli - e ci candidiamo ad essere forza di governo. Siamo cresciuti e questo ci chiede responsabilità e capacità di costruire consenso. Siamo parte di un cambiamento in corso e vogliamo contribuire con serietà e responsabilità alla definizione dell'Alleanza per l'Italia".

Angelo Bonelli la vorrebbe chiamare 'Alleanza per l'Italia', cioè "un progetto politico aperto e responsabile che rimetta al centro un'Italia una e indivisibile". Un programma e una coalizione "che parli di giustizia sociale, lotta alle diseguaglianze, clima, energia pulita, futuro delle nuove generazioni, sanità pubblica, nella scuola, nella riconversione ecologica dell'economia". L'idea l'ha lanciata al Consiglio federale nazionale di Europa verde, il partito di cui è co-portavoce e che assieme a Sinistra Italiana forma Alleanza verdi sinistra. "I verdi con Avs sono una forza del 7 per cento – sottolinea Bonelli - e ci candidiamo ad essere forza di governo. Siamo cresciuti e questo ci chiede responsabilità e capacità di costruire consenso. Siamo parte di un cambiamento in corso e vogliamo contribuire con serietà e responsabilità alla definizione dell'Alleanza per l'Italia".

Della necessità di dare un nome alla coalizione aveva parlato a Repubblica Pierluigi Bersani, quattro giorni fa. Battezzare, cioè, "un’insegna, un nome, un po’ meno campestre di campo largo". Bonelli ci prova quindi con una denominazione che, per gli amanti del genere, non è nuova: Alleanza per l'Italia fu il nome del partito, mai decollato, fondato da Francesco Rutelli quando uscì dal Pd, nel 2009. Nel simbolo c'era una margheritina e la sede era in via di Campo Marzio 46, indirizzo evocativo - addirittura stesso civico - perché oggi sede del Movimento 5 Stelle.

La storia nominale del centrosinistra comincia davvero con la Seconda Repubblica, con Achille Occhetto. Allora l’ultimo segretario del Pci definisce "gioiosa macchina da guerra" quella che si apprestava a vincere le elezioni del 1994. Era caduto il Muro e per i post-comunisti diventati nel frattempo Pds sembrava l'ora propizia per andare al governo, grazie anche a una legge elettorale maggioritaria, il Mattarellum. Solo che i sogni si infransero contro la discesa in campo (cit.) di Silvio Berlusconi. L’"Alleanza dei progressisti", quello era il nome ufficiale, fu sconfitta dal Polo delle Libertà e del Buon governo, formata da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega Nord.

Nel 1996 il centrosinistra si presentò sotto delle nuove insegne, quelle dell'Ulivo, con Romano Prodi. E vinse. Allora andava molto la rappresentazione naturalistica, tra querce, ulivi, poi margherite. La vittoria bis di Prodi avvenne nel 2006, con un nome diverso: "L'Unione". Una coalizione larghissima, da Clemente Mastella a Fausto Bertinotti. Non durò molto, nonostante l'auspicio insito nel nome. Alle Politiche del 2008 il neonato Pd, con le sue ambizioni maggioritarie, non ebbe bisogno di dar nomi a una coalizione che di fatto non c'era. Walter Veltroni tagliò fuori la sinistra radicale, tenne dentro solo Antonio Di Pietro e la sua Italia dei valori. Rivinse Berlusconi, in scioltezza.

Altra giostra nel 2013, stavolta con Bersani alla guida di una coalizione che si era - più o meno - riformata: "Italia bene comune". Non andò bene nemmeno quella volta, complice l'ascesa del da poco nato M5S, che a sorpresa uscì da quel voto come primo partito, orgogliosamente fuori dagli schieramenti. Niente nomi né nel 2018 né nel 2022, anche se negli ultimi anni nel dibattito pubblico tra "fronte progressista" e "campo largo" si è discusso tanto (e realizzato poco). Oggi al centrosinistra manca la definizione di un candidato presidente del Consiglio, manca la 'certificazione' del perimetro della coalizione, e appunto manca un nome. Non che sia obbligatorio averlo, ma potrebbe pur essere un inizio in vista del 2027.

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