«Mosca offra un fattivo contributo al processo negoziale». Perché finora quelli di Putin sono stati bluff. Nel tornante più insidioso dallo scoppio della guerra in Ucraina, Giorgia Meloni si è raccordata ieri in call con i leader europei e Volodymyr Zelensky, alla vigilia del viaggio a Mosca, denso d’incognite, dell’inviato di Trump, Steven Witkoff. L’Italia ha partecipato al secondo giro di call. Nella prima, il francese Macron con Zelensky di fianco più il britannico Starmer collegato ha sentito direttamente Witkoff, per chiedere lumi sulla visita al Cremlino. Meloni è stata informata dell’esito di questo colloquio insieme ad altri europei, da Ursula von der Leyen al finlandese Alexander Stubb, al tedesco Friedrich Merz.
A Palazzo Chigi c’è la consapevolezza che la fase sia «delicatissima», come spiegano fonti di governo a sera. E così, mentre in più riunioni di questo formato Roma ha rimarcato alcuni distinguo rispetto alla linea di Parigi, stavolta dal video-vertice nessuno strapp…
«Mosca offra un fattivo contributo al processo negoziale». Perché finora quelli di Putin sono stati bluff. Nel tornante più insidioso dallo scoppio della guerra in Ucraina, Giorgia Meloni si è raccordata ieri in call con i leader europei e Volodymyr Zelensky, alla vigilia del viaggio a Mosca, denso d’incognite, dell’inviato di Trump, Steven Witkoff. L’Italia ha partecipato al secondo giro di call. Nella prima, il francese Macron con Zelensky di fianco più il britannico Starmer collegato ha sentito direttamente Witkoff, per chiedere lumi sulla visita al Cremlino. Meloni è stata informata dell’esito di questo colloquio insieme ad altri europei, da Ursula von der Leyen al finlandese Alexander Stubb, al tedesco Friedrich Merz.
A Palazzo Chigi c’è la consapevolezza che la fase sia «delicatissima», come spiegano fonti di governo a sera. E così, mentre in più riunioni di questo formato Roma ha rimarcato alcuni distinguo rispetto alla linea di Parigi, stavolta dal video-vertice nessuno strappo. Anche perché, secondo fonti diplomatiche italiane, ci si trovava davanti a uno Zelensky provato, stretto tra le difficoltà al fronte nel quarto inverno di guerra e le inchieste per corruzione che hanno colpito la sua cerchia. La call serviva soprattutto a manifestare la solidarietà europea, operazione che l’Italia naturalmente condivide. Certo, Meloni ha ribadito che è fondamentale mantenere «una convergenza di vedute tra partner europei e Stati Uniti», per raggiungere «una pace giusta e duratura». Ma soprattutto ha difeso il capo di Stato ucraino, ricordandone «l’approccio costruttivo» al negoziato. Con l’auspicio che Mosca si decida finalmente a fare lo stesso.
Poco dopo la video-chiamata, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha lanciato un monito sull’urgenza di una difesa comune europea. Un progetto mai attuato, benché «ipotizzato da oltre 70 anni, a partire dal trattato di Parigi del ‘52», ha ricordato il capo dello Stato durante un incontro al Quirinale con i rappresentanti del foro di dialogo Italia-Spagna. Una carenza grave, che oggi fa emergere «tutte le drammatiche conseguenze dell’inazione nel processo di integrazione», anche perché «nel mutato quadro geopolitico, l’Unione affronta oggi un ritardo che impone urgenza e visione»