ROMA – Un decreto fantasma. Appare al mattino, scompare poche ore dopo. Cancellato dall’ordine del giorno ufficiale di Palazzo Chigi che elenca i provvedimenti destinati al tavolo della riunione tecnica che precede ogni consiglio dei ministri (in questo caso, fissato per il 4 dicembre). Un giallo, un caso politico. Perché il decreto rappresenta il pilastro del sostegno italiano all’Ucraina. La Lega vuole rallentarlo, se non addirittura affossarlo. Palazzo Chigi prende tempo. E intanto, il testo viene escluso dal cdm di domani.
L’agenda del preconsiglio è molto chiara. Al punto numero due si legge: “Schema di decreto legge. Disposizioni urgenti per la proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore del…
ROMA – Un decreto fantasma. Appare al mattino, scompare poche ore dopo. Cancellato dall’ordine del giorno ufficiale di Palazzo Chigi che elenca i provvedimenti destinati al tavolo della riunione tecnica che precede ogni consiglio dei ministri (in questo caso, fissato per il 4 dicembre). Un giallo, un caso politico. Perché il decreto rappresenta il pilastro del sostegno italiano all’Ucraina. La Lega vuole rallentarlo, se non addirittura affossarlo. Palazzo Chigi prende tempo. E intanto, il testo viene escluso dal cdm di domani.
L’agenda del preconsiglio è molto chiara. Al punto numero due si legge: “Schema di decreto legge. Disposizioni urgenti per la proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina”. Di cosa si tratta? Dal 2022, è il provvedimento che garantisce copertura legale ai pacchetti di armi italiane che l’esecutivo di Mario Draghi e poi quello di Giorgia Meloni hanno spedito a Kiev. Ogni dodici mesi, viene prorogato. Per assicurare continuità, andrebbe dunque licenziato dal consiglio dei ministri entro il 31 dicembre e poi convertito in legge dal Parlamento entro i sessanta giorni successivi.
Quest’anno, però, lo scenario sembra essere cambiato. Lo è di certo per Salvini, sempre più in sintonia con le ragioni di Mosca. Donald Trump impone trattative di pace a Volodymyr Zelensky, Vladimir Putin si rafforza, l’Ucraina vacilla anche a causa dello scandalo corruzione. E il segretario del Carroccio, da settimane, ha preso coraggio. Mette pubblicamente in dubbio l’invio di armi, legandolo alle inchieste contro i ministri ucraini.
E siamo a ieri, di nuovo. A un pasticcio politico che evidenzia una crepa nell’esecutivo. Ciascun protagonista porta però un frammento di verità diverso. Partiamo da Salvini. A metà giornata, il vicepremier racconta ai suoi collaboratori le ragioni dello stop al decreto. È lui, questo riferiscono più esponenti del Carroccio, ad aver chiamato Meloni. E ad averle chiesto di frenare: non è ancora il momento, prendiamo tempo, evitiamo strappi. Meglio aspettare che sia fatta chiarezza sull’inchiesta in Ucraina, il senso dell’appello, e attendere pure l’esito della mediazione degli Usa. La premier, secondo le stesse fonti leghiste, in qualche modo concorderebbe con il rinvio. Spiega che sta partendo per il Bahrein, rimanda a un successivo consiglio dei ministri una discussione che sarà comunque ineludibile.
A sentire Palazzo Chigi, non ci sarebbe invece nulla di politico a giustificare il rinvio. Si sarebbe trattato piuttosto di un mero errore materiale. Il punto numero due sarebbe stato inserito anche in assenza del parere dei ministeri competenti (oltre alla presidenza del Consiglio, Difesa e Farnesina). Della questione, giurano, si discuterà nel Cdm della prossima settimana, se non addirittura in quello che Palazzo Chigi pensa di convocare per il 23 dicembre. L’anno scorso il provvedimento venne licenziato dall’esecutivo all’antivigilia di Natale. Resta dunque una domanda: perché quest’anno era stato messo in agenda con quasi un mese di anticipo? E chi è stato a dare l’ordine? Certamente ha avallato la mossa il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Alfredo Mantovano, che ha firmato l’odg. Ma anche Giovanbattista Fazzolari, strenuo sostenitore della resistenza ucraina.
Chi non si rassegna all’ostilità della Lega al decreto è ovviamente Guido Crosetto. Il titolare della Difesa sottolinea intanto un punto, con chiunque gli chieda del sostegno a Kiev: il dodicesimo pacchetto è già autorizzato, perché illustrato al Copasir, quindi il Carroccio ha appena accettato un nuovo invio (coperto però dal decreto valido fino al 31 dicembre 2025). Politicamente, il ministro accetta comunque l’idea di attendere qualche giorno per capire gli sviluppi delle trattative di pace. Già valuta anche possibili scenari alternativi, ad esempio nel caso in cui la mediazione americana dovesse prolungarsi e poi fallire solo all’inizio del 2026. A quel punto, Roma potrebbe decidere di prorogare comunque il vecchio decreto – anche in ritardo, non sarebbe un problema – oppure produrre un nuovo testo ad hoc. In quest’ultimo caso verrebbe meno il vantaggio della segretezza rispetto all’elenco del materiale bellico inviato. Questa opzione, però, sembra comunque sul tavolo.