ROMA – «Il momento è grave, si approvi velocemente il pacchetto di aiuti all’Ucraina», lancia l’appello Lorenzo Guerini, presidente del Copasir ed ex ministro della Difesa. «Le liti nel governo rischiano di far perdere credibilità all’Italia e di indebolire l’Europa, finendo per fare il gioco di Putin», aggiunge. Senza nascondere le crepe che sulla politica estera attraversano pure il Pd e l’alleanza progressista: «Serve un chiarimento al più presto».
Ma che speranza ha l’Europa di rafforzarsi se in Italia c’è una premier schiacciata su Trump e un vice che sogna ponti con Mosca?
«Proprio perché le posizioni di alcuni sono più aperte alla narrazione russa che alle ragioni ucraine, mi aspetto che il nostro governo dimostri con i fatti il suo appoggio a Kiev e vari subito il decreto per confermare gli aiuti al popolo aggredito da Mosca».
Meloni ha assicurato che sarà approvato entro l’anno. Il Pd voterà la fornitura di armi senza patemi?
«Elly Schlein lo ha ribadito ieri: il Pd ha …
ROMA – «Il momento è grave, si approvi velocemente il pacchetto di aiuti all’Ucraina», lancia l’appello Lorenzo Guerini, presidente del Copasir ed ex ministro della Difesa. «Le liti nel governo rischiano di far perdere credibilità all’Italia e di indebolire l’Europa, finendo per fare il gioco di Putin», aggiunge. Senza nascondere le crepe che sulla politica estera attraversano pure il Pd e l’alleanza progressista: «Serve un chiarimento al più presto».
Ma che speranza ha l’Europa di rafforzarsi se in Italia c’è una premier schiacciata su Trump e un vice che sogna ponti con Mosca?
«Proprio perché le posizioni di alcuni sono più aperte alla narrazione russa che alle ragioni ucraine, mi aspetto che il nostro governo dimostri con i fatti il suo appoggio a Kiev e vari subito il decreto per confermare gli aiuti al popolo aggredito da Mosca».
Meloni ha assicurato che sarà approvato entro l’anno. Il Pd voterà la fornitura di armi senza patemi?
«Elly Schlein lo ha ribadito ieri: il Pd ha sempre sostenuto la causa ucraina, anche attraverso l’invio di aiuti militari e continuerà a farlo fino a quando sarà necessario. Sottoscrivo parola per parola».
Lega e M5S sono contrarie, Avs pure, un pezzo del suo partito idem. Si rischia la bocciatura in aula?
«Ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Vogliamo tutti che si fermi la guerra, ma finché Putin non siederà sinceramente al tavolo della pace, il sostegno all’Ucraina non solo non deve venire meno, ma deve essere ancora più intenso».
A destra si litiga anche sul Mes per garantire il congelamento degli asset russi e il M5S ha già detto no. Qual è l’orientamento del Pd?
«Intanto vedo una profonda divisione dentro il governo e ciò indebolisce la credibilità del nostro Paese. Deciderà l’Ue, tuttavia penso, ma questa è una mia posizione personale, che possa essere una soluzione praticabile anche per evitare che la Russia si chiami fuori dai gravissimi danni provocati dall’ingiustificabile e illegittima aggressione all’Ucraina».
Ma la diversità di vedute delle forze progressiste in politica estera non è un ostacolo per la costruzione di un’alleanza credibile?
«Lo ripeto da tempo: un’alleanza credibile non può essere ambigua o irrisolta sui temi fondamentali della politica estera. Si discuta, senza timori, per avvicinare le distanze che ci sono. Sapendo che ci sono paletti che, per quanto mi riguarda, sono inderogabili e il sostegno a Kiev è il più importante».
Visioni talvolta inconciliabili esistono pure nel Pd: il chiarimento invocato da voi riformisti si farà?
«Inconciliabili mi pare eccessivo. La discussione, se condotta lealmente, aiuta a comprendersi meglio su ciò che è necessario. Ma non c’è un appuntamento come se fosse la sfida all’Ok Corral, è un metodo che caratterizza i partiti democratici, collegiali, rispetto ai partiti in cui si obbedisce a un capo. Spero lo si applichi più ampiamente nei mesi a venire, è utile per rafforzare il nostro partito».
Nel Pd si discute troppo poco?
«Non voglio sembrare polemico, ma nell’ultimo anno si è tenuta una sola direzione “politica”, a febbraio. Anche per questo pensiamo che ne vada fatta un’altra, prima dell’assemblea nazionale. Abbiamo organi che per statuto sono la sede della discussione politica: li si convochi con più regolarità. Senza paura. Il vero pericolo è il falso unanimismo, non il confronto».
Anticipare il congresso, come qualcuno vorrebbe, è un’opzione?
«Io non avrei problemi, anzi. Solo che non mi pare un’idea molto condivisa, né nella maggioranza, né in quella parte di minoranza che sta entrando in maggioranza. Li capisco, la convocazione di un congresso troncherebbe tutti questi posizionamenti».
Dopodiché gli scontri sono quasi quotidiani: persino sul ddl Delrio contro l’antisemitismo, sconfessato dal capogruppo al Senato.
«Non credo che il contrasto all’antisemitismo possa essere una “posizione personale”. Diciamo che è stata un’espressione piuttosto infelice. Scoraggiare la crescita delle manifestazioni d’odio deve essere una battaglia di tutti. A maggior ragione per il Pd».
L’assemblea del 14 serve per stabilire che alle primarie di coalizione il Pd avrà un unico candidato e sarà Elly Schlein?
«A me sembra un dibattito prematuro che, per come declinato in questi giorni, rischia di essere percepito come un segnale di debolezza. Prima qualcuno ha parlato di modifiche statutarie, fortunatamente accantonate. Adesso di ordini del giorno “per chiudere la discussione”. Io penso invece che la discussione vada aperta: sul progetto politico del nuovo centrosinistra, sul profilo programmatico del Pd, sulla nostra proposta di governo».
Sta dicendo che i tempi non sono maturi per dire che toccherà a Schlein correre per la premiership?
«È chiaro che il segretario del Pd è il naturale candidato proposto dal partito per guidare il Paese. Prima però va definita l’alleanza e capito con che legge elettorale si voterà».
Conte ritiene che spetti a lui, visto che ha già fatto il premier.
«Le regole del gioco si decideranno insieme. Mi lasci aggiungere però che i personalismi sono sempre controproducenti: i veri leader non antepongono mai il loro destino a quello più generale dell’alleanza per battere la destra. E questo vale per tutti».
Ma a che punto siete con la costruzione della coalizione e della gamba centrista che manca?
«Siamo tutti consapevoli che serva un’alleanza larga. Quindi non possiamo che guardare con favore al rafforzamento di un’area moderata nel centrosinistra. A patto che qualcuno nel nostro partito non pensi di appaltare ad altri la rappresentanza di settori importanti del Paese. Io credo ancora alla vocazione maggioritaria del Pd intesa come capacità di presentare una proposta che parli a tutti gli italiani. Come una grande forza politica deve saper fare».
Conte ha già avvisato che del programma si parlerà dopo l’estate. Vuol prendere tempo?
«Bisogna partire subito con il tavolo di coalizione. Allungare i tempi rischia solo di far aumentare la competizione tra alleati. Che può essere l’interesse particolare di qualcuno, ma non è quello dell’alleanza. Ecco, l’assemblea del 14 potrebbe forse essere utile per indicare che il Pd intende prendere l’iniziativa in questa direzione».
Crede davvero che il campo progressista possa diventare competitivo e vincere le politiche?
«Se passiamo dalla necessaria unità delle opposizioni a una coalizione di centrosinistra con un progetto chiaro e ambizioso per il Paese, saremo in grado di vincere. Ma c’è ancora molto lavoro da fare».
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