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Atreju, più star della tv e meno feticci di destra. Applausi per Gualtieri

Inaugurazione di Atreju a Castel Sant'Angelo

 

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C’è il bullometro per mettere alla berlina gli avversari di sinistra. E Pasolini nel Pantheon
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Si assembrano a fatica in cima alle scale di Castel Sant’Angelo, i ministri e parlamentari in tenuta casual, i giovani in tuta blu, vecchi e nuovi che si tengono in equilibrio, «dai vieni in prima fila», dice Arianna Meloni alla ministra Eugenia Maria Roccella e la sospinge accanto a sé, poi, nel giubilo generale, Fabio Roscani, il presidente Gioventù nazionale, taglia il nastro tricolore. E così alle 15 di ieri, davanti a decine di fotografi e giornalisti (nell’assembramento un signore ha un malore), è stata inaugurata la nuova edizione di Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, che quest’anno durerà ben nove giorni. Edizione monstre. Tipo Sanremo. Infatti sono attesi Carlo Conti, Ezio Greggio, Mara Venier, Raoul Bova.

«Ti ricordi quando è stata la prima?», chiede il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli al senatore Andrea De Priamo, due veterani che vengono da lontano. Ci pensano entrambi, poi De Priamo dice: «1998». Rampelli ha sempre avuto curiosità verso la sinistra, ricord…

Si assembrano a fatica in cima alle scale di Castel Sant’Angelo, i ministri e parlamentari in tenuta casual, i giovani in tuta blu, vecchi e nuovi che si tengono in equilibrio, «dai vieni in prima fila», dice Arianna Meloni alla ministra Eugenia Maria Roccella e la sospinge accanto a sé, poi, nel giubilo generale, Fabio Roscani, il presidente Gioventù nazionale, taglia il nastro tricolore. E così alle 15 di ieri, davanti a decine di fotografi e giornalisti (nell’assembramento un signore ha un malore), è stata inaugurata la nuova edizione di Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, che quest’anno durerà ben nove giorni. Edizione monstre. Tipo Sanremo. Infatti sono attesi Carlo Conti, Ezio Greggio, Mara Venier, Raoul Bova.

«Ti ricordi quando è stata la prima?», chiede il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli al senatore Andrea De Priamo, due veterani che vengono da lontano. Ci pensano entrambi, poi De Priamo dice: «1998». Rampelli ha sempre avuto curiosità verso la sinistra, ricorda che lui «già in tempi antichi» parlava di Marcuse, Che Guevara e Pasolini, «lanciavo provocazioni, contrario a ogni nostalgia, per scuotere un partito che puzzava di naftalina, e ora questo spirito futurista è patrimonio comune».

«Eravano in pochi a credere in un’Italia forte. Ora siamo la maggioranza», c’è scritto in un cartellone. La destra che punta al premierato, la legge elettorale a misura per governare altri cinque anni, e conquistare così il Quirinale nel 2029, vuole presentarsi come istituzione. La parola più usata è dialogo. C’è come la voglia di oscurare le radici missine, e presentarsi come il Partito della nazione: più stand di porchetta e meno feticci. Solo che questo anelito al dialogo - ci saranno Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Luigi Di Maio, Abu Mazen, Matteo Zuppi, - così esibito, «dialogo come metodo», ha detto Arianna Meloni al Foglio, stride sensibilmente con i propositi di prendersi tutto in Parlamento. O forse è parte della stessa strategia.

Il sindaco Roberto Gualtieri dà il via alla festa dal palco. Applausi scroscianti, nessun malumore. Il sindaco non fa il ruffiano. Ripete che la democrazia è stare nelle differenze, ma lo «è anche collaborare nella diversità», elogia i partiti popolari, («io a sette anni vendevo le coccarde alle feste dell’Unità»), «sono un avversario politico, ma il sindaco di tutte le romane e di tutti i romani», ringrazia per un emendamento bipartisan per Roma («Donzelli, mi raccomando, portiamolo a casa»), difende Elly Schlein che ha rifiutato l’invito per un dibattito con Conte e Meloni. Poi Giovanni Donzelli, il capo dell’organizzazione, gli fa fare un giro tra gli stand, e un ragazzo gli chiede persino un selfie. Del resto Gualtieri (204mila follower su Instagram) è ormai una specie di star dei social.

«Perché non ti iscrivi al nostro partito? La pensiamo allo stesso modo», domanda Barbara Saltamartini ad Anna Paola Concia, una vita nel Pd. Entrambe hanno scritto un libro sul femminismo e li presentano in una sala gremita. Saltamartini sostiene che Meloni ha mandato in tilt il femminismo. Ma sui fondamentali sono d’accordo, si complimentano a vicenda.

C’è la pista di pattinaggio. Dell’antica goliardia di Atreju - il titolo deriva dal protagonista de La storia infinita di Michael Ende - è rimasto pochino. Un tempo facevano gli scherzi a Gianfranco Fini. Fini ci sarà domani con Rutelli per parlare della loro sfida per diventare sindaco di Roma nel’93. Alla radio del partito i parlamentari Grazia Di Maggio ed Etelwardo Sigismondi prendono in giro Schlein, «Chi l’ha vista?». Poi c’è il bullometro, un pannello con le facce e le «parole d’odio» della sinistra. Annovera gli avversari irriducibili, messi alla berlina: Maurizio Landini, Francesca Albanese, Maria Elena Boschi, Piergiorgio Odifreddi, Umberto Galimberti. In tanti fermano Galeazzo Bignami, il capogruppo reduce dalla polemica col Quirinale, il suo peso nella nomenklatura è salito. Ma gli occhi sono tutti per Arianna Meloni. Che però se ne sta in disparte, ai lati del palco, o intrattiene gli ospiti venuti da fuori. A un giovane, Simone Forte, che cita una vecchia frase della premier («Quelli a sinistra sono innamorati della delle loro idee, noi siamo innamorati dell’Italia»), stringe calorosamente la mano. Sono gesti che possono suscitare inevitabili gelosie in un partito che coltiva il culto della leader.

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