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Fini-Rutelli, 32 anni dopo. Mea culpa dell’ex leader: “Un errore sciogliere An”

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Confronto amarcord ad Atreju tra i due candidati sindaco di Roma del 1993 Le critiche alla sinistra dell’ex primo cittadino
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«Fatece entrà!» Tre quarti d’ora prima del confronto Fini-Rutelli, ad Atreju, in centinaia si assembrano per entrare nel tendone. La sala ha una capienza di 500 posti e altrettanti rimarranno in piedi, accalcandosi nei corridoi, con gran scorno di quelli seduti: «Ve dovete leva’!». Gianfranco Fini e Francesco Rutelli si contesero il Campidoglio nel fatidico novembre del 1993. La prima volta dell’elezione diretta dei sindaci: Bassolino a Napoli, Orlando a Palermo, Bianco a Catania, Castellani a Torino, Cacciari a Venezia. La nascita della Seconda Repubblica. Fu anche la prima volta di un missino, uno fuori dall’arco costituzionale, che si candidava a governare Roma, col viatico di Silvio Berlusconi, che inaugurando un centro commerciale, lo Shopville Gran Reno, a Casalecchio disse che lui avrebbe votato per Fini. Niente sarebbe stato uguale a prima.

Si rivedono quindi alla festa di Fratelli d’Italia per un confronto amarcord. Solo che non si capisce se tutta questa gente sia qui per no…

«Fatece entrà!» Tre quarti d’ora prima del confronto Fini-Rutelli, ad Atreju, in centinaia si assembrano per entrare nel tendone. La sala ha una capienza di 500 posti e altrettanti rimarranno in piedi, accalcandosi nei corridoi, con gran scorno di quelli seduti: «Ve dovete leva’!». Gianfranco Fini e Francesco Rutelli si contesero il Campidoglio nel fatidico novembre del 1993. La prima volta dell’elezione diretta dei sindaci: Bassolino a Napoli, Orlando a Palermo, Bianco a Catania, Castellani a Torino, Cacciari a Venezia. La nascita della Seconda Repubblica. Fu anche la prima volta di un missino, uno fuori dall’arco costituzionale, che si candidava a governare Roma, col viatico di Silvio Berlusconi, che inaugurando un centro commerciale, lo Shopville Gran Reno, a Casalecchio disse che lui avrebbe votato per Fini. Niente sarebbe stato uguale a prima.

Si rivedono quindi alla festa di Fratelli d’Italia per un confronto amarcord. Solo che non si capisce se tutta questa gente sia qui per nostalgia, per salutare Fini che torna ad Atreju dopo 17 anni, o per curiosità, la stessa con cui la sera si guarda un talk sul divano. Scopriranno a sorpresa che Rutelli e Fini in fondo sono d’accordo su quasi tutto, e che l’ex sindaco è più benevolo col governo Meloni che con la sua parte politica. «Cosa pensa del centrosinistra?» gli chiede Hoara Borselli. «Faccia un’altra domanda a Fini», risponde Rutelli. Ovazione dei meloniani in sala. Te pareva.

Sono già passati trentadue anni. Gianfranco Fini è un signore di 73 anni, fuori dai giochi. Si presenta con l’aria impacciata di chi non sa bene cosa aspettarsi. Invece lo accolgono con affetto. Del resto lui dice di votare per Fratelli d’Italia («anche se non condivido tutto al 100 per cento»). Ammette di avere sbagliato a sciogliere Alleanza nazionale. Quella decisione gli costò l’accusa di tradimento. Lo avevano escluso. «Credo di essere intellettualmente onesto quando ammetto gli errori. Alleanza nazionale era basato su un senso comunitario». Quindi riconosce i meriti di Giorgia Meloni nell’avere ridato una casa alla comunità della destra. «E questo è un ritorno a casa, se me lo consentite». «Bravooo!» gli urlano. Perdonato.

Francesco Rutelli, 71 anni, figlio della stagione d’oro del centrosinistra, non è poi cambiato molto. Indulge al gesto teatrale quando racconta che da giovane radicale andava a stampare i volantini dei pannelliani nella tipografia del Secolo, il giornale dei missini, in via del Boschetto, «costava meno perché ci mettevano le bombe», incontrava Daniela Di Sotto: «Uh Daniela sei qui?, ciao Daniela!», motteggia rivolto all’ex moglie di Fini, che se ne sta seduta nelle prime file. Racconta che fu Goffredo Bettini a puntare su di lui. Aveva 39 anni. Un verde cresciuto nei radicali. Fino a quel momento i sindaci erano scelti nelle segreterie dei partiti, spesso figure oscure perché mettevano tutti d’accordo. Rutelli e Fini dovettero invece affrontare ogni sera un duello televisivo. «La nascita del bipolarismo», dice Rutelli. C’era Tangentopoli. La Dc era morta. Dice Fini: «Candidò un galantuomo, come il prefetto Carmelo Caruso, ci ritrovammo tutti allo stadio per Roma-Lazio, Rutelli laziale, io più laziale che romanista, Caruso invece disse che avrebbe tifato un tempo per una squadra, l’altro per l’altra. Le radio lo insultarono. Fu la riprova che i democristiani avevano perso il contato con la società».

«Non chiedo niente, Giorgia e Arianna lo sanno», precisa Fini. «Non faccio più politica da dieci anni», puntualizza Rutelli, che dice di Meloni: «La rispetto. Si trova a dover gestire un momento di cambiamento geopolitico e strategico». E poi invita il centrosinistra a «trovare, su alcune aree, una convergenza nazionale nei punti di utilità per il Paese». Fini: «Auspico che queste sagge parole vengano ascoltate anche da esponenti dell’attuale sinistra. C’è la necessità di condividere degli obiettivi strategici per l’Italia». Poi Fini dice che le figure raffigurate nel bullometro - personaggi che hanno riservato giudizi anche duri alla destra e che vengono messi alla berlina nel cuore del giardino che ospita la festa - «dovrebbero vergognarsi». Rutelli dice che l’Europa ha dormito. Invita Arianna Meloni a trovare forze fresche nella società. Lei dirà: «È stato emozionante rivederli insieme: sono passati trent’anni, è bello vedere dove siamo arrivati».

Fini è tornato a casa. Giovanni Donzelli lo porta tra gli stand. In tanti si fermano, tra cui Francesco Storace. Anch Fabio Rampelli si fa avanti, «toh, un gabbiano», lo saluta Fini. Dice a Rutelli: «La prossima volta il sindaco lo faccio io, e tu sarai il mio vice». «No, faccio il capo dell’opposizione e mi metto la maglietta “Fini non è il mio sindaco”», risponde Rutelli, ridendo. Un tizio dal pubblico tira fuori la sciarpa tricolore: Fini sindaco. Fini lo saluta. Sembra emozionato.

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