Un abisso separa Giorgia Meloni da Elly Schlein. Una diversità — nei toni, nello stile, nel modo di concepire la leadership — che si potrebbe definire antropologica. Là dove una cerca lo scontro diretto con l’avversaria, il motteggio salace, l’offesa travestita da sarcasmo, l’altra risponde con i fatti, snocciolando cifre, rifuggendo dagli attacchi personali che diventano però politici quando elenca i flop del governo su sanità, scuola, salari, produzione industriale: «Certificati non dalle opposizioni, bensì da Istat, leggi di bilancio, organismi internazionali».
Lo dice chiaro la segretaria del Pd chiudendo la fluviale assemblea nazionale convocata all’Antonianum: «La differenza fra noi e loro si vede anche da questo: è facile far battute davanti a una platea amica, noi siamo qua da sei ore a parlare dei temi che interessano gli italiani». Senza indulgere in trionfalismi né risparmiarsi ruvidezze, specie nel dibattito interno, quando si affronta il capitolo relativo alla scarsa col…
Un abisso separa Giorgia Meloni da Elly Schlein. Una diversità — nei toni, nello stile, nel modo di concepire la leadership — che si potrebbe definire antropologica. Là dove una cerca lo scontro diretto con l’avversaria, il motteggio salace, l’offesa travestita da sarcasmo, l’altra risponde con i fatti, snocciolando cifre, rifuggendo dagli attacchi personali che diventano però politici quando elenca i flop del governo su sanità, scuola, salari, produzione industriale: «Certificati non dalle opposizioni, bensì da Istat, leggi di bilancio, organismi internazionali».
Lo dice chiaro la segretaria del Pd chiudendo la fluviale assemblea nazionale convocata all’Antonianum: «La differenza fra noi e loro si vede anche da questo: è facile far battute davanti a una platea amica, noi siamo qua da sei ore a parlare dei temi che interessano gli italiani». Senza indulgere in trionfalismi né risparmiarsi ruvidezze, specie nel dibattito interno, quando si affronta il capitolo relativo alla scarsa collegialità nelle decisioni e la poca chiarezza in politica estera denunciate dalla minoranza riformista. Un altro elemento distintivo, per Schlein: «La discussione è la nostra forza, dobbiamo ascoltarci e rispettarci di più», rassicura, «questa non è una kermesse con spettatori», al contrario di Atreju, «è il nostro massimo organo dirigente in cui c’è un dibattito vero». Sebbene poi l’allargamento della maggioranza ai Bonaccini boys, ufficializzato ieri, sembra non aver dissipato i malumori.
Eccolo allora il duello a distanza che nessuno si aspettava: propaganda contro realtà. Utile anche a rilanciare l’appello all’unità dei progressisti che «è un dovere, ce lo chiede la gente». L’unica strada per battere la destra. «La partita è apertissima», incalza Schlein, «anche i sondaggi vedono il sorpasso sulla coalizione di governo. Cambino o meno la legge elettorale, siamo comunque competitivi». Lo dimostrano le vittorie sui territori, gli «emendamenti condivisi alla manovra». Tocca insistere, però: «L’alternativa c’è. È nei fatti che germoglia l’elaborazione di un programma comune». Mentre nell’altro campo «le divisioni sono enormi. Continuano a litigare su tutto, fra ricatti e veti incrociati».
Inizia con una citazione, la leader dem, dopo aver ammesso di non aver potuto ascoltare in diretta l’intervento della sorella d’Italia perché impegnata nella sua relazione ai delegati. «Sentite questa: “Mi impegno volentieri in un confronto tv con Elly Schlein, trovo sia giusto che la premier si confronti con la leader dell’opposizione”. Era il gennaio 2024, prima delle Europee», ricorda l’inquilina del Nazareno. «Ringrazio Meloni per aver spiegato bene chi ha cambiato idea e si è tirata indietro», scappando dal faccia a faccia trasformato in triello con Giuseppe Conte. Lei, è il sottinteso, non è tipa da sottrarsi: «Speriamo che Meloni venga presto in Parlamento a confrontarsi sul Paese reale e non sul cabaret», taglia corto. «Io ho portato tanti dati, che non sono nostri ma del governo, dall’altra parte ho sentito solo scherno», constata amara: «Avrei preferito misurarmi su questo».
Un terreno che la premier ha invece accuratamente evitato. Rifugiandosi nell’invettiva per non rispondere dei suoi fallimenti. Ne è convinta Schlein: il governo è guidato da una «campionessa di incoerenza e propaganda», che «ha alzato tasse e accise» e tolto «al pubblico per aprire autostrade al privato». Preoccupata solo delle riforme utili a «risolvere i suoi problemi»: dalla legge elettorale pensata «per timore di perdere le politiche» al premierato «che indebolisce i poteri del presidente della Repubblica». Immobile dinnanzi alle difficoltà dei cittadini. «A Meloni si è rotta la calcolatrice?», domanda. «Da quanto tempo non le capita di andare a fare la spesa? Esca da palazzo Chigi e vada in qualsiasi alimentari di quartiere perché mentre voi ripetete che va tutto bene, davanti agli scaffali le famiglie sono costrette a scegliere non più tra le cose superflue ma tra quelle necessarie. Il frigo degli italiani è sempre più vuoto». Temi su cui a gennaio partirà «una grande campagna di ascolto in tutte le città e le province, per costruire con il Paese il programma per il Paese», da portare poi al tavolo di coalizione.
L’unica spina, per Schlein, resta la gestione del partito. La minoranza, contraria al documento politico preparato da Igor Taruffi per celebrare l’ingresso in maggioranza di Stefano Bonaccini, era pronta a presentare un contro-documento che avrebbe sancito la spaccatura del Pd. Di fronte alla minaccia di Guerini e Delrio, il capo dell’organizzazione innesta la retromarcia. Si vota solo la relazione della segretaria. E i riformisti decidono di astenersi. Nel frattempo, però, pure il correntone di Montepulciano (Franceschini, Orlando, Speranza) mostra di gradire poco l’apertura alle truppe dell’ex governatore emiliano. Alla fine, su quasi mille aventi diritto, si esprimono a favore di Schlein solo 225 delegati. Numeri da più d’uno giudicati «non proprio confortanti».