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Bonaccini “Con Schlein perché è l’ora dell’unità per battere la destra”

Elly Schlein e Stefano Bonaccini

 

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Intervista al presidente del Pd: “Poco confronto dentro il Pd? Anche la segretaria ha detto che serve aumentare il dialogo”
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Da anti-Schlein ad alleato più leale, dopo l’inattesa sconfitta alle primarie. Stefano Bonaccini ha appena varcato il Rubicone. Missione: unire il Pd e lavorare alla costruzione dell’alternativa. Facendo capire a Conte che «se non mettiamo insieme tutte le forze progressiste spianiamo la strada alla destra». Pronto, se servirà, a lasciare la presidenza del partito. Anche se, precisa, «nessuno me lo ha chiesto».

Onorevole Bonaccini, perché ha deciso di entrare in maggioranza? E perché proprio ora?

«È la naturale evoluzione della gestione unitaria del Pd, che io ho accettato dopo le primarie. Tre anni fa dissi che se avessi vinto avrei chiesto una mano ai miei sfidanti, così come l’avrei data a chi avesse prevalso. Io non la penso su tutto come Elly. E non rinuncerò a dire la mia laddove penso vada irrobustito il profilo di governo del Pd su temi quali, ad esempio, la sicurezza, le partite Iva o le politiche industriali. Ma mentre il mondo brucia, negli Usa ci troviamo Trump e l’estrema…

Da anti-Schlein ad alleato più leale, dopo l’inattesa sconfitta alle primarie. Stefano Bonaccini ha appena varcato il Rubicone. Missione: unire il Pd e lavorare alla costruzione dell’alternativa. Facendo capire a Conte che «se non mettiamo insieme tutte le forze progressiste spianiamo la strada alla destra». Pronto, se servirà, a lasciare la presidenza del partito. Anche se, precisa, «nessuno me lo ha chiesto».

Onorevole Bonaccini, perché ha deciso di entrare in maggioranza? E perché proprio ora?

«È la naturale evoluzione della gestione unitaria del Pd, che io ho accettato dopo le primarie. Tre anni fa dissi che se avessi vinto avrei chiesto una mano ai miei sfidanti, così come l’avrei data a chi avesse prevalso. Io non la penso su tutto come Elly. E non rinuncerò a dire la mia laddove penso vada irrobustito il profilo di governo del Pd su temi quali, ad esempio, la sicurezza, le partite Iva o le politiche industriali. Ma mentre il mondo brucia, negli Usa ci troviamo Trump e l’estrema destra vola in tutt’Europa, ci manca solo che si perda tempo a litigare tra noi, invece di preparare l’alternativa a Meloni. È quello che vogliono i nostri iscritti ed elettori, mi creda. Fra 18 mesi si voterà per le politiche e non possiamo farci trovare impreparati o divisi».

Se non si è mai sentito minoranza che bisogno c’era di certificare il suo passaggio in assemblea?

«Il bisogno che nasce dalla priorità assoluta che abbiamo adesso: costruire non più l’opposizione, ma una proposta di governo migliore e più credibile dell’attuale. Ma perché i cittadini la considerino tale, serve unire al massimo sia il Pd che la coalizione».

I riformisti che l’hanno sostenuta al congresso le contestano di essersi troppo appiattito su una segretaria che decide tutto da sola, con pochi fedelissimi. Hanno torto?

«Ogni punto di vista è legittimo e io li rispetto tutti. Però dico a me stesso e agli altri: evitiamo di parlarci addosso e rivolgiamoci agli italiani per dire tutto quello che faremo di diverso e alternativo a Meloni e alla destra. Da parte mia non perderò un solo minuto a polemizzare o recriminare».

In un anno, si è però tenuta una sola direzione politica: nel Pd si discute troppo poco?

«Ha riconosciuto pure la segretaria che serve aumentare le occasioni di confronto, a partire dalla direzione, che convocheremo già nelle prossime settimane».

Ma la dialettica interna di un partito plurale non aiuta a chiarire le rispettive posizioni e fare sintesi fra le varie culture politiche del Pd?

«Certo. Purché si parli al Paese. In assemblea diversi interventi hanno giustamente sottolineato come solo nel Pd si fanno i congressi e si discute. È un’anomalia che le altre forze politiche non lo facciano. Però gli italiani percepiscono anche un’altra anomalia, stavolta nostra: se ogni volta ti dividi e la polemica interna prevale sulla proposta esterna poi non risulti credibile. Io sin dall’inizio mi sono adoperato per superarla e il passaggio di domenica è un altro salto in avanti».

Tuttavia, il correntone di Montepulciano che è la struttura portante della segreteria Schlein non l’ha accolta bene: dice che non si può utilizzare un partito come un taxi. Ce l’aveva con lei?

«Non ho colto alcuna resistenza o tiepidezza, anche perché ho lavorato per unire fin dal primo giorno. In ogni caso non ho mai considerato il partito un taxi: non sono mai sceso né quando abbiamo vinto, né quando abbiamo perso».

Ora che è in maggioranza, non ritiene di dover cedere la presidenza del Pd alla minoranza?

«Nessuno me lo ha chiesto e non mi pare sia questo il problema. Non sono attaccato a nessun ruolo, come si è visto il giorno dopo le Europee quando ho declinato tutte le proposte di incarico».

Un’altra obiezione riguarda la linea in politica estera, ritenuta un po’ cedevole al Conte che dichiara fallita l’Europa e confida in Trump. Non hanno ragione?

«La nostra linea è molto chiara: siamo convintamente europeisti, anche se vorremo una Ue più unita e senza il diritto di veto, mentre i governi sovranisti la vogliono debole. E vorremo un’Europa più protagonista nei due drammatici conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Nel primo per arrivare il prima possibile ad una pace equa e duratura nell’interesse innanzitutto degli ucraini, nel secondo per la soluzione dei due popoli due Stati. Su questo nessuna cedevolezza a chicchessia».

Anche sulle alleanze il capo M5S è tornato a smarcarsi. Che si fa?

«L’unità non è condizione sufficiente per battere Meloni, ma certamente necessaria per provarci. Il centrosinistra tre anni fa si divise irresponsabilmente in tre parti, spianando la strada alle destre che andarono invece unite, come faranno nel ‘27. Anche Conte, al pari di altri, lo sa. Spero che quella lezione sia bastata».

Quanto pesa la contesa sulla leadership del campo progressista?

«Ora la priorità è una sola: mettere assieme tutti coloro che vogliano costruire l’alternativa a un governo che sta portando il Paese verso il declino economico e sociale, con un programma per una Italia più giusta, sostenibile e competitiva. Ci siamo riusciti in tutte le regioni al voto, ho fiducia lo replicheremo per la sfida più importante».

Se Schlein e Conte non riescono ad accordarsi si faranno le primarie di coalizione o bisognerà cercare un federatore?

«Decideremo tutti assieme. Le primarie sono una possibilità».

Un federatore non sarebbe la chiave per chiudere la contesa?

«È presto per parlarne».

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