È la dura sorte dei ministri dell’Economia. Per qualche ora Giancarlo Giorgetti sembrava non essere più il ministro dell’Economia che i leghisti hanno voluto in via XX Settembre. La frattura con il suo partito si è registrata sulle pensioni e alla fine il titolare del Tesoro ha dovuto cedere stralciando l’allungamento delle finestre mobili, che avrebbero portato i futuri pensionati (a regime dal 2035) ad aspettare l’assegno sei mesi dopo aver maturato i requisiti. La tensione era tale che il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, avrebbe chiamato Giorgetti minacciandolo di una possibile uscita del governo in caso di mancato ritiro di quelle norme sulle pensioni. Il senatore Claudio Borghi ammette: “Abbiamo detto che un aumento dell'età pensionabile non l'avremmo votato”. E in questa maratona finanziaria il titolare del Tesoro avrebbe anche minacciato le dimissioni.
Fuoco amico, insomma. E se un suo predecessore un giorno disse che “per fare il ministro dell’Economia in I…
È la dura sorte dei ministri dell’Economia. Per qualche ora Giancarlo Giorgetti sembrava non essere più il ministro dell’Economia che i leghisti hanno voluto in via XX Settembre. La frattura con il suo partito si è registrata sulle pensioni e alla fine il titolare del Tesoro ha dovuto cedere stralciando l’allungamento delle finestre mobili, che avrebbero portato i futuri pensionati (a regime dal 2035) ad aspettare l’assegno sei mesi dopo aver maturato i requisiti. La tensione era tale che il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, avrebbe chiamato Giorgetti minacciandolo di una possibile uscita del governo in caso di mancato ritiro di quelle norme sulle pensioni. Il senatore Claudio Borghi ammette: “Abbiamo detto che un aumento dell'età pensionabile non l'avremmo votato”. E in questa maratona finanziaria il titolare del Tesoro avrebbe anche minacciato le dimissioni.
Fuoco amico, insomma. E se un suo predecessore un giorno disse che “per fare il ministro dell’Economia in Italia ci vuole coraggio”, un motivo ci sarà. Era Fabrizio Saccomanni, che nel 2013 era ministro del governo Letta. Le tensioni in maggioranza scoppiarono tre mesi prima dell’approvazione della manovra. A metà novembre ci fu la scissione del Popolo della libertà, da cui rinacque Forza Italia mentre Angelino Alfano diede vita al Nuovo centrodestra. “Manovra a rischio”, andava ripetendo Silvio Berlusconi che nel giorno in cui venne posta la fiducia sul maxiemendamento, era il 26 novembre, annunciò l’uscita dal governo. A gennaio il malcontento contro Saccomanni si estese anche ai renziani. Questa volta per la restituzione degli scatti delle buste paga degli insegnanti.
E sempre i renziani, che ai tempi trainavano il Pd, ebbero un rapporto altalenante con il ministro Pier Carlo Padoan successore di Saccomanni. A non andarci troppo d’accordo era lo stesso premier Matteo Renzi, sia quando era a palazzo Chigi sia quando tornò ad essere segretario del partito. Complice una visione molto diversa sul grado di austerità da applicare alla manovra del 2016. Facendo un salto nel passato, la memoria va a Giulio Tremonti, anche lui non ha avuto vita facile. Diventato ministro del secondo governo Berlusconi, le sue politiche economiche hanno creato uno scontro aperto con Gianfranco Fini, all’epoca leader di An, vicepremier e alleato della maggioranza. Fini voleva una “cabina di regia” per il ministero e nel 2004 durante la discussione della “verifica” accusò il ministro dell’Economia di aver truccato i conti della manovra precedente. Il ministro si difese ma il caso portò a una richiesta di dimissioni del ministro da parte di An: “Altrimenti usciamo dall’esecutivo”.
Tremonti fu quindi costretto a lasciare e Berlusconi assunse l’interim prima della nomina di Domenico Siniscalco.Tremonti torna ministro nel 2008, nel quarto governo Berlusconi, ma questa volta è con il premier che ha gli scontri più duri. A maggio 2010 arriva a ventilare le dimissioni dopo aver presentato in Consiglio dei ministri un pacchetto di misure economiche e fiscali da circa 24 miliardi di euro per affrontare la crisi economica, focalizzato sul taglio della spesa pubblica. Berlusconi non gradì, ma alla fine il ministro vinse la battaglia. Durò poco. Nel 2011 lo spread arrivò alle stelle. "Niente dimissioni: in tasca ho solo una manovra molto seria e responsabile”, disse il ministro a giugno. L’allora sottosegretario Guido Crosetto disse che quelle bozze andavano “analizzate da uno psichiatra”.
La vicenda terminò con la caduta del governo Berlusconi e con l’arrivo dei tecnici guidati da Mario Monti.La manovra ribattezzata “Salva Italia” aveva una portata di 30 miliardi. La ministra Elsa Fornero per esempio pianse nel presentare la stretta sulle pensione. “Lacrime e sangue”, venne definita dagli stessi partiti che si accingevano a votarla. Il ministro Vittorio Grilli però non aveva dubbi in quel preciso momento storico in cui si era arrivati sull’orlo del baratro: "Criticare la manovra è un suicidio”.
Avvicinandoci a tempi più recenti, viene fuori che Giorgetti non l’unico ministro ad aver minacciato, e poi smentito, le sue dimissioni. Lo fece anche Giovanni Tria, quando era ministro del primo governo Conte. Il pressing gialloverde riguardava non poca roba: il reddito di cittadinanza, la flat tax, la riforma della legge Fornero e la pace fiscale. Il vicepremier Luigi Di Maio ripeteva come un mantra: “Tria trovi le risorse”. La tensione era alta anche con il presidente del Consiglio. Ed esausto il titolare del Tesoro iniziava a non poterne più. La storia si ripete, le dimissioni non arrivarono ma i rapporti si incrinarono.