Un dettaglio, un brivido. Risale a venerdì notte, durante il vertice dei leader a Palazzo Chigi. Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti neanche si guardano negli occhi, riferiscono fonti concordanti. Per parlarsi, si rivolgono ostentatamente a Giorgia Meloni. Il primo, considerandola regista delle manovre del titolare del Tesoro. Il secondo, ritenendo di aver agito seguendo la filosofia della premier. Il racconto, in poche ore, supera le mura di Palazzo Chigi e allarma i vertici dell’esecutivo. Ma soprattutto, alimenta un’angoscia nel cuore del potere meloniano: lo scontro tra il vicepremier e il suo ministro dell’Economia nasconde il vero bersaglio del segretario del Carroccio, vale a dire la presidente del Consiglio? E il leader della Lega, libero dal processo Open Arms, progetta un’escalation per far ballare l’esecutivo nell’ultimo anno e mezzo di legislatura?
È il nodo politico di queste ore, il sospetto che genera ansia, perché è evidente che un governo non può sostenere a lungo un…
Un dettaglio, un brivido. Risale a venerdì notte, durante il vertice dei leader a Palazzo Chigi. Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti neanche si guardano negli occhi, riferiscono fonti concordanti. Per parlarsi, si rivolgono ostentatamente a Giorgia Meloni. Il primo, considerandola regista delle manovre del titolare del Tesoro. Il secondo, ritenendo di aver agito seguendo la filosofia della premier. Il racconto, in poche ore, supera le mura di Palazzo Chigi e allarma i vertici dell’esecutivo. Ma soprattutto, alimenta un’angoscia nel cuore del potere meloniano: lo scontro tra il vicepremier e il suo ministro dell’Economia nasconde il vero bersaglio del segretario del Carroccio, vale a dire la presidente del Consiglio? E il leader della Lega, libero dal processo Open Arms, progetta un’escalation per far ballare l’esecutivo nell’ultimo anno e mezzo di legislatura?
È il nodo politico di queste ore, il sospetto che genera ansia, perché è evidente che un governo non può sostenere a lungo una tensione del genere. Ecco perché tutti osservano già le prossime mosse. Sono due i passaggi delicati, giocati sullo stesso terreno: la difesa.
Il primo snodo è in agenda nelle prossime ore — e comunque entro il 29 dicembre — e riguarda il decreto che offre copertura legale all’invio di aiuti militari all’Ucraina. Il Carroccio intende limitare il materiale bellico a quello “difensivo”: «Non sarà semplicemente sulle armi — dice Salvini — ma di difesa della popolazione ucraina e di logistica». Guido Crosetto considera insostenibile questo paletto. Dall’atteggiamento del vicepremier, Meloni ricaverà una prima indicazione sul livello dello scontro. Anche perché in gioco entrerà presto proprio Giorgetti: il titolare del Tesoro, assieme ad Esteri e Difesa, firma quasi tutti i decreti interministeriali per gli aiuti a Kiev (sono gli ormai noti pacchetti di materiale bellico “coperti” dal dl Ucraina).
L’altro passaggio critico, questo sì davvero delicato, riguarda l’adesione italiana al programma Safe. Roma ha presentato il piano nazionale per richiedere 14,9 miliardi di fondi europei del ReArm. Risorse fondamentali per la difesa, concessi a prestito da Bruxelles a tassi agevolati. E soprattutto, scorporati dal deficit, a patto che il Paese richiedente non sia in procedura d’infrazione per i conti pubblici.
Proprio con la manovra di quest’anno, Roma esce dalla procedura. Cade dunque l’argomento utilizzato finora per evitare gli investimenti: quello, appunto, dei vincoli di bilancio. Il nodo resta però politico, perché da mesi Salvini insiste sulla necessità di finanziare pensioni e sanità, opponendosi al riarmo. Il timore, a Palazzo Chigi, è che il leghista sfrutti questo dossier per alzare ulteriormente il tiro contro il governo. Tema sensibile, per Meloni. E per Giorgetti, che dovrà gestire la cassa e vigilare sui fondi di Safe.
E d’altra parte, anche nella Lega si moltiplicano i sospetti. La sensazione, lasciano trapelare gli uomini del vicepremier, è che la presidente del Consiglio abbia guidato le mosse di Giorgetti (non ha potuto farlo soltanto nella notte convulsa del Consiglio europeo, quando ha dovuto staccare il cellulare, e non a caso proprio in quel momento i salviniani hanno affondato il colpo). Un indizio, al vertice del Carroccio, viene considerato decisivo: la dichiarazione con cui il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha difeso l’operato del titolare del Tesoro. Ufficialmente, per reagire agli attacchi delle opposizioni. Ma dettato nelle stesse ore in cui Giorgetti era bersaglio dello stato maggiore di Salvini.
Ieri, intanto, Meloni ha celebrato il tredicesimo compleanno di Fratelli d’Italia. «Questa è solo una tappa — ha detto — di un percorso che continua». E prendendo a pretesto un sondaggio che attribuirebbe il sostegno di oltre metà degli italiani alla manovra, ha aggiunto: «Un dato che ci incoraggia e ci responsabilizza ancora di più». La sfida, però, sembra altrove: dalle parti di via Bellerio. Anche se Salvini nega strappi: «Una crisi di governo sulla manovra? No. Alcuni tecnici avevano previsto di allungare l’età per la pensione e ho detto no. Era inaccettabile».