«Questa manovra non fa assolutamente nulla per risolvere le debolezze strutturali del Paese. Non c’è una prospettiva di crescita a lungo termine quando invece la legge di bilancio doveva essere impostata seriamente su base pluriennale, come ci chiede l’Europa e prima ancora i cittadini per sperare in un miglioramento delle loro condizioni». Marcello Messori, economista presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze, è preoccupato per le conseguenze di una manovra «piena zeppa di contraddizioni».
Quali sono le contraddizioni?
«Beh, il condono edilizio esce dalla porta per rientrare dalla finestra del “primo provvedimento utile”. Altro esempio, il fisco, che andava riformato più organicamente. D’accordo, per i redditi bassi c’è qualche miglioramento. Ma c’è il rischio che, anche all’interno della categoria dei lavoratori dipendenti, l’inserimento di un vespaio di detassazioni ad hoc caso per caso faccia sì che due contribuenti con lo stesso reddito paghino imposte differenti, un p…
«Questa manovra non fa assolutamente nulla per risolvere le debolezze strutturali del Paese. Non c’è una prospettiva di crescita a lungo termine quando invece la legge di bilancio doveva essere impostata seriamente su base pluriennale, come ci chiede l’Europa e prima ancora i cittadini per sperare in un miglioramento delle loro condizioni». Marcello Messori, economista presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze, è preoccupato per le conseguenze di una manovra «piena zeppa di contraddizioni».
Quali sono le contraddizioni?
«Beh, il condono edilizio esce dalla porta per rientrare dalla finestra del “primo provvedimento utile”. Altro esempio, il fisco, che andava riformato più organicamente. D’accordo, per i redditi bassi c’è qualche miglioramento. Ma c’è il rischio che, anche all’interno della categoria dei lavoratori dipendenti, l’inserimento di un vespaio di detassazioni ad hoc caso per caso faccia sì che due contribuenti con lo stesso reddito paghino imposte differenti, un principio anticostituzionale. Intanto l’annosa discrepanza fra lavoratori dipendenti e autonomi si acuisce. Ancora: i contributi alle imprese. Sono basati su componenti troppo effimere per essere convincenti e indurre le aziende a investire. Non puoi fare conto per metà su un contributo da banche e assicurazioni tutto da verificare e per l’altra metà sul Pnrr che sta per scadere. Serve qualcosa di strutturale».
A proposito di Pnrr, cosa accadrà nel 2026, o tutt’al più con qualche trascinamento all’inizio del 2027, quando finiranno i benefici sul Pil?
«È il vero nodo che la manovra doveva sciogliere con un approccio sistemico e coerente. Si è puntato tutto, pur di uscire dalla procedura per deficit eccessivo, sui saldi finali del debito/Pil. Niente interventi, niente nuovo debito. Non è così che funziona: si doveva affrontare il problema della crescita, l’altro lato della frazione. Si è abbandonata l’Italia su un cammino di recessione come se fosse ineluttabile. In più, uscire dalla procedura comporterà obblighi a partire dalla riduzione di un punto l’anno del rapporto stesso, obiettivo che in assenza di sviluppo diventa quasi irraggiungibile».
E il duello Salvini-Giorgetti sulle pensioni? Chi ha vinto?
«Salvini, purtroppo. Così non si tiene conto dell’andamento demografico, che è inequivocabile e qualche pur minimo sacrificio doveva comportare».
L’altro leghista Claudio Borghi, nel presentare la legge di cui è relatore, si è diffuso a lungo sull’“oro come patrimonio degli italiani”. Perché questa battaglia?
«Inspiegabile. Che motivo c’era per inserire questo codicillo? Il sistema ha funzionato benissimo finora, tanto che ha resistito a un paio di altri assalti in tempi recenti. Così si è aperto un insidioso vulnus nella nostra reputazione internazionale: introducendo il principio che la Banca d’Italia dovrà confrontarsi con il governo nella gestione dell’oro, pur restandone titolare, si dà l’impressione ai partner che l’Italia si riservi prima o poi, vista la sua complicata situazione debitoria, di usare l’oro a fini monetari».
Altro punto di orgoglio per il governo è stata la vicenda degli asset russi. Anche qui dobbiamo essere scettici?
«È stato meglio così che nessun intervento. Però l’aver autorizzato tre Paesi a chiamarsi fuori dalle garanzie crea un precedente inquietante: che succederà se qualche altro Paese, magari più importante dell’Ungheria, sceglierà in futuro la via dell’“opting out”? Sarebbe la fine degli eurobond».