Al termine della call con Trump, Zelensky e gli altri leader europei, Giorgia Meloni parla di «passi avanti». Ma ammette che nelle trattative per la pace in Ucraina ci siano «questioni ancora aperte». Dopo le interlocuzioni di Mar-a-Lago sarà probabilmente necessaria una trasferta degli europei (anche sua dunque) a Washington, ai primi di gennaio. Nel corso del tele-vertice, la premier batte sul solito chiodo, l’unità dell’Occidente, «l’importanza della coesione tra partner», riferisce una nota notturna di Palazzo Chigi. Meloni aggiunge che in questa fase è cruciale «mantenere la massima convergenza sui temi che toccano gli interessi vitali dell’Ucraina e dei suoi partner europei». Al di là della questione del Donbass, che per stessa ammissione di Trump è ancora aperta (e spinosa), ai piani alti dell’esecutivo italiano interessano le garanzie di sicurezza, come evitare che Mosca, dopo lo stop alle ostilità, possa programmare e mettere in pratica nuovi attacchi. In ogni caso, per Melon…
Al termine della call con Trump, Zelensky e gli altri leader europei, Giorgia Meloni parla di «passi avanti». Ma ammette che nelle trattative per la pace in Ucraina ci siano «questioni ancora aperte». Dopo le interlocuzioni di Mar-a-Lago sarà probabilmente necessaria una trasferta degli europei (anche sua dunque) a Washington, ai primi di gennaio. Nel corso del tele-vertice, la premier batte sul solito chiodo, l’unità dell’Occidente, «l’importanza della coesione tra partner», riferisce una nota notturna di Palazzo Chigi. Meloni aggiunge che in questa fase è cruciale «mantenere la massima convergenza sui temi che toccano gli interessi vitali dell’Ucraina e dei suoi partner europei». Al di là della questione del Donbass, che per stessa ammissione di Trump è ancora aperta (e spinosa), ai piani alti dell’esecutivo italiano interessano le garanzie di sicurezza, come evitare che Mosca, dopo lo stop alle ostilità, possa programmare e mettere in pratica nuovi attacchi. In ogni caso, per Meloni ora spetta proprio alla Russia «dare prova di senso di responsabilità e apertura al negoziato, mostrando una reale volontà di giungere alla cessazione delle ostilità».
Mentre la premier è indaffarata nella call con la Florida, Antonio Tajani sostiene che l’Europa dovrà svolgere un ruolo, in una partita sempre più intricata. L’opposto di quanto pensa Matteo Salvini. Il leader leghista si augura che a Bruxelles non si mettano di traverso e lascino fare a Trump, Zelensky e Putin. Il ministro degli Esteri invece è convinto che il vecchio continente sia imprescindibile: «Sosteniamo a pieno l’iniziativa degli Usa, dobbiamo essere uniti», ma «noi europei saremo sicuramente parte della trattativa finale», anche perché «l’Europa ha imposto sanzioni alla Russia e senza la decisione europea di ritirare quelle sanzioni non si può arrivare ad una vera e propria pace». Sulla reale consistenza dei progressi in Florida, Tajani non si sbilancia: «Qualcosa si sta muovendo, bisogna vedere qual è la volontà del Cremlino, se veramente vuole arrivare a un cessate il fuoco». Per il vicepremier – che nel Ppe è gemellato con Ursula von der Leyen e Friedrich Merz - la pace in ogni caso «non può essere ingiusta per Kiev, deve garantire la sicurezza dell’Ucraina e anche la sicurezza dell’Europa, che è fondamentale». Insomma, altro che «guastatori occidentali», come chiama i partner Ue Salvini. Per il segretario forzista «non dobbiamo mai dimostrarci deboli», solo così «Putin sarà costretto a rispettare un accordo».