La maggioranza vuole accelerare per cavalcare l’onda e dare meno tempo agli avversari, l’opposizione invece vorrebbe prendere tutto il tempo a disposizione tanto da aver avviato una nuova raccolta firme. Nel mezzo ci sono i dubbi del Colle. Dunque lo sprint che immaginava il governo per arrivare al referendum sulla riforma della giustizia il primo marzo potrebbe già infrangersi contro un muro. Oggi è in programma la riunione del Consiglio dei ministri, ma con ogni probabilità l’esecutivo rinuncerà alla sua corsa. Optando, è l’ultima ipotesi che gira in queste ore, per il 22 e 23 marzo.
Il 26 novembre, parlando con i giornalisti nel Transatlantico della Camera, il ministro della Giustizia Carlo Nordio diceva così: “La legge è abbastanza chiara, ci sono degli step, la Cassazione si è già pronunciata, adesso ci sono dei termini perentori e dilatori, non prima e non dopo un certo limite. Di conseguenza il referendum costituzionale sulla giustizia secondo i nostri calcoli dovrebbe essere n…
La maggioranza vuole accelerare per cavalcare l’onda e dare meno tempo agli avversari, l’opposizione invece vorrebbe prendere tutto il tempo a disposizione tanto da aver avviato una nuova raccolta firme. Nel mezzo ci sono i dubbi del Colle. Dunque lo sprint che immaginava il governo per arrivare al referendum sulla riforma della giustizia il primo marzo potrebbe già infrangersi contro un muro. Oggi è in programma la riunione del Consiglio dei ministri, ma con ogni probabilità l’esecutivo rinuncerà alla sua corsa. Optando, è l’ultima ipotesi che gira in queste ore, per il 22 e 23 marzo.
Il 26 novembre, parlando con i giornalisti nel Transatlantico della Camera, il ministro della Giustizia Carlo Nordio diceva così: “La legge è abbastanza chiara, ci sono degli step, la Cassazione si è già pronunciata, adesso ci sono dei termini perentori e dilatori, non prima e non dopo un certo limite. Di conseguenza il referendum costituzionale sulla giustizia secondo i nostri calcoli dovrebbe essere nella prima metà di marzo. Affermazioni dello stesso tenore arrivavano anche dal viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, secondo il quale la consultazione referendaria potrebbe essere fissata “addirittura ai primi di marzo” del 2026.
Ma cosa dice la legge? È necessario partire da qui per capire il timing. Secondo quanto previsto dall’articolo 15 della legge 25 maggio 1970, n. 352 (“il referendum è indetto con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri, entro sessanta giorni dalla comunicazione dell'ordinanza che lo abbia ammesso”, e “la data del referendum è fissata in una domenica compresa tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione”), la prima data per convocare i cittadini alle urne, ipotizzata dall’esecutivo, è quella del 1° marzo, come anticipato nelle scorse settimane anche dal vicepremier Matteo Salvini.
Finora per prassi è sempre stata data a tutti la possibilità di raccogliere le firme, sin dal referendum del 2001 quando a palazzo Chigi c’era Giuliano Amato, che aspettò tutti i 60 giorni prima di indire la data del voto. Termini i 60 giorni, come si è detto, ne devono trascorrere minimo altri 50. Così, per scongiurare il blitz del governo, la macchina dei contrari alla separazione delle carriere si è messa in moto e quindici cittadini hanno avviato una nuova raccolta firme e hanno presentato un nuovo quesito già ammesso dalla Cassazione. A favore della raccolta firme si sono schierati i principali partiti del centrosinistra, a partire dal Pd che con la sua segretaria Elly Schlein che ha invitato i cittadini alla sottoscrizione. Lo stesso hanno fatto Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, e i leader di Avs Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. L’obiettivo sarebbe arrivare ad aprile inoltrato. Perché dal calcolo vanno escluse le date del 29 marzo e del 5 aprile, essendo rispettivamente la domenica delle Palme e la domenica di Pasqua.
Impossibile però che l’esecutivo conceda così tanto. Nel frattempo, da ambienti vicini al capo dello Stato trapela che non sono gradite forzature sui tempi. Giorgia Meloni ha tempo fino al 18 gennaio per decidere, essendo l’ordinanza della Cassazione – quella con cui sono state ammesse le richieste di referendum presentate da maggioranza e opposizione – datata 18 novembre. Può decidere anche prima, ma prassi vorrebbe che il calcolo dei 50 giorni, necessari tra l’indizione dei referendum e le urne, partisse dal 18 gennaio.