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Referendum, rinvio sulla data:pesano i dubbi del Quirinale

Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio (ansa)

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Il cdm rimanda a gennaio la scelta per la consultazione sulla separazione delle carriere ma si fa strada la soluzione 22-23 marzo. Mantovano chiama Schlein e Conte
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ROMA – A palazzo Chigi la chiamano “operazione appeasement”. Le acque iniziavano ad essere troppo agitate e sempre più duro veniva percepito lo scontro tra maggioranza e opposizione attorno alla data del referendum sulla riforma della giustizia. Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha capito che era il caso di intervenire e di fare, almeno, un mezzo passo indietro anche per il timore di eventuali ricorsi da parte di chi sta raccogliendo le firme per presentare una nuova richiesta di referendum. Circostanza che anche il Colle ha invitato a non sottovalutare.

Il braccio destro di Giorgia Meloni, ieri, è entrato in contatto con le opposizioni. In particolare ha sentito al telefono la segr…

ROMA – A palazzo Chigi la chiamano “operazione appeasement”. Le acque iniziavano ad essere troppo agitate e sempre più duro veniva percepito lo scontro tra maggioranza e opposizione attorno alla data del referendum sulla riforma della giustizia. Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha capito che era il caso di intervenire e di fare, almeno, un mezzo passo indietro anche per il timore di eventuali ricorsi da parte di chi sta raccogliendo le firme per presentare una nuova richiesta di referendum. Circostanza che anche il Colle ha invitato a non sottovalutare.

Il braccio destro di Giorgia Meloni, ieri, è entrato in contatto con le opposizioni. In particolare ha sentito al telefono la segretaria del Pd, Elly Schlein e il presidente 5S Giuseppe Conte, per trovare una mediazione. Poi in una riunione con la premier e con i consiglieri giuridici si è deciso di non forzare i tempi. Il blitz del governo è dunque sfumato, l’accelerazione che puntava all’1 e 2 marzo anche, ed è per questo che ieri il Consiglio dei ministri non ha emanato il decreto con la data del referendum, che con ogni probabilità sarà il 22 e 23 marzo.

Una data che comunque non piace al campo largo che chiede di attendere i novanta giorni previsti dalla legge prima di annunciare la data referendaria, così da dare la possibilità a chi sta raccogliendo le firme di depositare la richiesta.

Per votare il 22 marzo, il Cdm può riunirsi entro il 30 gennaio, giorno in cui tra l’altro scadono i 90 giorni, e firmare il decreto fissando la data cinquanta giorni dopo (la legge prevede tra i 50 e 70 giorni successivi l’emanazione del decreto). I conti di palazzo Chigi sono questi. «Ne riparliamo a inizio gennaio», ha detto il vicepremier azzurro Antonio Tajani sostenendo che siano sufficienti i 60 giorni dall’approvazione del quesito da parte della Cassazione per stabilire la data del voto senza dover aspettare nuove richieste di referendum.

In realtà ad aver avuto un peso determinante è stata invece la nuova raccolta firme avviata da 15 cittadini e sostenuta dal campo largo. In una settimana sono state raccolte quasi centomila sottoscrizioni così l’obiettivo delle 500 mila firme entro il 30 gennaio potrebbe anche essere alla portata. Ragion per cui il Quirinale, nelle consuete interlocuzioni con il governo, si è limitato a far presente che, se si votasse i primi di marzo, potrebbero maturare dei ricorsi. La maggioranza ha fatto propri questi dubbi considerandoli fondati.

Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha sempre sostenuto che fosse importante votare il prima possibile per evitare che la consultazione possa essere percepita con il passare del tempo non più come battaglia nel merito, ma come uno scontro politico. Alla fine l’orientamento è quello di evitare forzature, senza però rimandare troppo. «Aprile, come chiede l’opposizione, sarebbe troppo tardi», è il ragionamento del forzista Enrico Costa: «Si rischierebbe di non fare in tempo con l’approvazione dei decreti attuativi e se così fosse il Csm verrebbe eletto con la vecchia legge».

Al di là di quale sarà la data, le opposizioni stanno entrando nel vivo della campagna: «Abbiamo dato piena disponibilità a collaborare perché abbiamo un obiettivo comune, sosteniamo questa campagna per il No ed è opportuno coordinare i nostri sforzi organizzativi», dice Schlein alla fine della riunione avuta alla Camera con «Società civile per il no», presieduto da Giovanni Bachelet. Presenti anche Conte, secondo il quale «se il governo ci darà più tempo possiamo vincere», e i leader di Avs Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, che garantiscono «massimo impegno». I quattro si stanno muovendo compatti.

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