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Mattarella esorta i giovani, speranza contro le guerre. Oggi undicesimo discorso

Sergio Mattarella in occasione del discorso di fine anno, lo scorso 31 dicembre 2024

 

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Alle 20.30 a reti unificate il presidente insisterà su precariato e tenuta del Paese
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ROMA – È l’undicesimo discorso di fine anno di Sergio Mattarella. Stasera alle 20,30 a reti unificate. In piedi nello studio alla Vetrata. Durata: circa quindici minuti. I temi: la pace, la tenuta del Paese, le luci e le ombre dell’Italia, i giovani. Ai giovani Mattarella ha sempre guardato con partecipata attenzione, denunciando precariato, paghe da fame, le fughe all’estero per trovare un lavoro più dignitoso o più consono al proprio talento.

Tra il 2011 e il 2024, secondo il Cnel, sono emigrati in 630mila di età compresa tra 18 e 34 anni. «Abbiamo il dovere di ascoltare il loro disagio, di dare risposte concrete alle loro esigenze, alle loro aspirazioni», disse l’anno scorso. Li inviterà perciò a prendere in mano le loro sorti, nell’anno in cui ricorrerà l’ottantesimo anniversario del referendum che sancì la vittoria della Repubblica sulla monarchia. Il 2 giugno 1946. L’inizio della democrazia. Ma anche del voto alle donne. Conquiste cariche di significato in questa stagione nella …

ROMA – È l’undicesimo discorso di fine anno di Sergio Mattarella. Stasera alle 20,30 a reti unificate. In piedi nello studio alla Vetrata. Durata: circa quindici minuti. I temi: la pace, la tenuta del Paese, le luci e le ombre dell’Italia, i giovani. Ai giovani Mattarella ha sempre guardato con partecipata attenzione, denunciando precariato, paghe da fame, le fughe all’estero per trovare un lavoro più dignitoso o più consono al proprio talento.

Tra il 2011 e il 2024, secondo il Cnel, sono emigrati in 630mila di età compresa tra 18 e 34 anni. «Abbiamo il dovere di ascoltare il loro disagio, di dare risposte concrete alle loro esigenze, alle loro aspirazioni», disse l’anno scorso. Li inviterà perciò a prendere in mano le loro sorti, nell’anno in cui ricorrerà l’ottantesimo anniversario del referendum che sancì la vittoria della Repubblica sulla monarchia. Il 2 giugno 1946. L’inizio della democrazia. Ma anche del voto alle donne. Conquiste cariche di significato in questa stagione nella quale la democrazia è messa in discussione, in cui sembrano prevalere nel mondo gli uomini forti, che intendono cancellare «il confine tra libertà e arbitrio», come ha denunciato parlando alle alte cariche prima di Natale.

Anche per queste ragioni al Quirinale guardano con attenzione alle celebrazioni che verranno. Undici discorsi di fila compongono una tradizione. Nessun presidente del resto ne ha mai pronunciati altrettanti. C’è una generazione cresciuta con il tradizionale rito dell’ultimo giorno dell’anno, tra il tiggì e il cenone. In questo lasso di tempo la popolarità del Capo dello Stato è molto cresciuta, e specialmente tra le giovani generazioni, il che è abbastanza sorprendente se si considera che l’inquilino del Quirinale, 84 anni, viene da lontano.

Quelli di Mattarella sono interventi asciutti. Né troppo lunghi né troppo brevi. Diretti ai cittadini, alle italiane e agli italiani, perché quello di Capodanno è il vero discorso alla nazione. Non ci sarà né troppa politica estera, né troppa politica interna, dicevano ieri sera al Colle. I troppi morti sul lavoro, i mali della sanità, il lavoro malpagato, il costo della vita che strangola ormai anche il ceto medio sono i problemi che toccano da vicino milioni di famiglie. E poi c’è un altro tema che sta molto a cuore al presidente: la coesione sociale. Ovvero, la capacità che il paese sappia unirsi attorno ai fondamentali del vivere civile: non smarrirsi né degradarsi. Più volte non a caso ha denunciato l’astensionismo come un grande male, da cui può venire un male più infido. E il riferimento al referendum del ‘46 è probabilmente un richiamo al referendum sulla giustizia di marzo. Mattarella non si è mai pronunciato, né lo farà. Un Capo dello Stato non dà indicazioni di voto. Ma questo passaggio può essere letto come un invito indiretto alla partecipazione.

In ogni caso l’intervento di stasera va analizzato in sequenza, insieme ai discorsi pronunciati nelle ultime settimane davanti agli ambasciatori stranieri, a quelli italiani riuniti alla Farnesina e alle alte cariche. Sono un corpo unico, fanno notare. Un ragionamento più ampio sul nostro stato di salute, sul nostro stare al mondo. E grande è la preoccupazione con cui Mattarella guarda al futuro. Non l’ha nascosto, pur in un uomo incline all’ottimismo, che ha sempre saputo incoraggiare. La guerra in Ucraina entra nel suo quarto anno, al Quirinale hanno sempre auspicato una pace giusta che però non si intravvede. A Marsiglia, in una lectio magistralis, fece un discorso storico nel quale mise in guardia sui rischi che corriamo, rievocando gli anni Trenta del Terzo Reich nel quale prevalsero «il criterio della dominazione», «le guerre di conquista». A Lubiana, a settembre, evocò la Sarajevo del 1914, il baratro del conflitto mondiale. Il 19 dicembre, ricevendo a palazzo il governo e le autorità, è tornato a invocare perciò la difesa comune europea. A giugno, alla festa della Repubblica, era stato duro contro Israele, denunciando come «disumana» la fame patita dalla popolazione a Gaza.

Il discorso di fine anno è anche un momento di bilancio collettivo. «La speranza siamo noi. Il nostro impegno. La nostra libertà. Le nostre scelte», ammonì l’anno scorso. Spetta ai giovani prendere in mano le sorti dell’Italia.

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