ROMA – Delcy Rodríguez. È la nuova presidente venezuelana l’interlocutrice su cui l’Italia ha deciso di puntare in queste ore per provare a sbloccare la liberazione di Alberto Trentini, il cooperante veneziano rinchiuso da più di un anno nel carcere di El Rodeo, quello dei prigionieri politici. Senza un’accusa formalizzata, più ostaggio che detenuto. Di origini italiane, Rodríguez era stata già sensibilizzata sul caso nei mesi scorsi, quando era vicepresidente di Nicolás Maduro. Consapevole che la liberazione di un prigioniero possa farle guadagnare credibilità sul piano internazionale, è su di lei che Roma sta concentrando il pressing più diretto, riattivando canali di intelligence, politici e riservati e tentando di sfruttare ogni spazio aperto dal nuovo equilibrio a Caracas. Una strada strettissima, dall’esito incerto, che dice molto delle difficoltà del dossier e della posta in gioco.
In queste ore si sono mossi mediatori e canali di intelligence. Oggi è previsto un incontro a Ro…
ROMA – Delcy Rodríguez. È la nuova presidente venezuelana l’interlocutrice su cui l’Italia ha deciso di puntare in queste ore per provare a sbloccare la liberazione di Alberto Trentini, il cooperante veneziano rinchiuso da più di un anno nel carcere di El Rodeo, quello dei prigionieri politici. Senza un’accusa formalizzata, più ostaggio che detenuto. Di origini italiane, Rodríguez era stata già sensibilizzata sul caso nei mesi scorsi, quando era vicepresidente di Nicolás Maduro. Consapevole che la liberazione di un prigioniero possa farle guadagnare credibilità sul piano internazionale, è su di lei che Roma sta concentrando il pressing più diretto, riattivando canali di intelligence, politici e riservati e tentando di sfruttare ogni spazio aperto dal nuovo equilibrio a Caracas. Una strada strettissima, dall’esito incerto, che dice molto delle difficoltà del dossier e della posta in gioco.
In queste ore si sono mossi mediatori e canali di intelligence. Oggi è previsto un incontro a Roma tra Palazzo Chigi e i Servizi per fare il punto sulla situazione e capire cosa sia stato raccolto dai canali riaperti in Venezuela: il Vaticano, la Comunità di Sant’Egidio, il rappresentante delle Nazioni Unite, oltre a una serie di figure vicine al governo venezuelano che da mesi ruotano attorno a questa storia. Il governo sa che, se qualcosa si può ottenere, ora — quando il quadro è ancora instabile — è il momento giusto.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani mantiene una linea di estrema cautela. «Stiamo lavorando per vedere cosa si può fare per la liberazione degli italiani detenuti, compreso il cooperante Trentini», ha detto nelle ultime ore, evitando ogni previsione sui tempi. Tajani ha tenuto più volte i contatti con il sottosegretario Giorgio Silli, ultimo referente operativo nei rapporti con Caracas sulla vicenda, e ha rafforzato il coordinamento europeo parlando anche con l’alto rappresentante Ue Kaja Kallas. Nel comunicato diffuso dopo il colloquio, Bruxelles ha ribadito la «necessità di tutelare tutti i cittadini dell’Unione europea e quelli ingiustamente detenuti», un passaggio non neutro. Tajani ha insistito perché fosse inserito, per chiarire al Venezuela che la vicenda Trentini non è soltanto un caso italiano ma un dossier di rilievo europeo. E come tale ogni passo — in un senso o nell’altro — verrà letto dalla comunità internazionale. Un gesto di buona volontà su Trentini sarebbe considerato un segnale positivo dall’intera Unione, in una fase in cui il Venezuela è tornato al centro dell’attenzione globale. Alcuni segnali fanno ben sperare. Palazzo Chigi ammette però, lontano dai riflettori, che la gestione del caso resta complessa. C’è la consapevolezza che proprio su Trentini si misuri la capacità del governo di giocare un ruolo credibile dentro una crisi che non è più soltanto bilaterale. Gli sforzi sono rivolti in ogni direzione, anche perché i detenuti politici nelle carceri venezuelane sono migliaia e gli italiani coinvolti una dozzina. La posizione di Trentini, insieme a quella dell’imprenditore Mario Burlò, è resa ancora più delicata dal fatto che non hanno una doppia cittadinanza.
A Venezia, i genitori di Alberto attendono segnali. L’ultima visita dell’ambasciatore italiano risale a fine novembre, al termine di un percorso reso complesso dai rigidi protocolli della struttura di massima sicurezza in cui il cooperante è detenuto. I contatti con Palazzo Chigi, per il tramite del sottosegretario Alfredo Mantovano, sono continui. C’è chi racconta che Giorgia Meloni vorrebbe annunciare una liberazione a ridosso della conferenza stampa del 9 gennaio. Ogni previsione, allo stato, appare però impossibile. La speranza della famiglia e degli amici, invece no: quella non si ferma mai.