Andrea, un trentenne che accetta di parlare con un giornalista solo quando i suoi “camerati” si sono allontanati, vorrebbe dire qualcosa a Giorgia Meloni: «Lei chiede una pacificazione nazionale, ma intanto per strada i compagni continuano a sprangarci». Ecco l’Italia 2026, sono passati 48 anni da quella sera in cui un commando di terroristi — alias Nuclei Armati di Contropotere territoriale — aprirono il fuoco lasciando per terra due ragazzi del Msi. Ma stasera, nel gelo polare di Roma, è come stare in una capsula della memoria, dove il tempo si è fermato, immobile, calcarizzato come quelle centinaia — 400, forse anche di più — di giovani e anziani che restano fissi sull’attenti, mentre una voce urla: «Per tutti i camerati caduti». E l’esercito di terracotta, tutti vestiti di nero tranne qualche mimetica, risponde all’unisono e per tre volte con il «presente!». A rendere ancora di più la sensazione di trovarsi sul set di un film anni Settanta, c’è anche l’audio che gracchia dai walki…
Andrea, un trentenne che accetta di parlare con un giornalista solo quando i suoi “camerati” si sono allontanati, vorrebbe dire qualcosa a Giorgia Meloni: «Lei chiede una pacificazione nazionale, ma intanto per strada i compagni continuano a sprangarci». Ecco l’Italia 2026, sono passati 48 anni da quella sera in cui un commando di terroristi — alias Nuclei Armati di Contropotere territoriale — aprirono il fuoco lasciando per terra due ragazzi del Msi. Ma stasera, nel gelo polare di Roma, è come stare in una capsula della memoria, dove il tempo si è fermato, immobile, calcarizzato come quelle centinaia — 400, forse anche di più — di giovani e anziani che restano fissi sull’attenti, mentre una voce urla: «Per tutti i camerati caduti». E l’esercito di terracotta, tutti vestiti di nero tranne qualche mimetica, risponde all’unisono e per tre volte con il «presente!». A rendere ancora di più la sensazione di trovarsi sul set di un film anni Settanta, c’è anche l’audio che gracchia dai walkie-talkie della Digos e mette i poliziotti in allerta su un gruppo di antifascisti «in arrivo dall’Alberone».
La tensione c’è, i volti sono coperti da sciarpe e passamontagna, prevale il look da ultras dello stadio in un miscuglio di Casapound, Forza Nuova — guidati dal leader Roberto Fiore — e chissà quanti anche di Gioventù nazionale, i fratellini d’Italia. Non ci si stringe la mano, per salutarsi si cingono l’avambraccio l’un l’altro in un gesto da antichi legionari. Ai giornalisti si voltano le spalle, forse per aumentare l’aura da “maledetti”, con gli sguardi torvi, i tatuaggi, gli anfibi e i bomber neri da vecchi naziskin, le barbe lunghe, gli anelloni d’argento su molte dita che somigliano pericolosamente a dei tirapugni.
I grandi di Fratelli d’Italia, ormai fasciati nei loro completi ministeriali, non si mischiano da qualche anno con questo rito neofascista del “presente!”. Disertano l’adunata dell’ala estremista e si ritrovano la mattina, insieme ai messi comunali che depositano la corona del comune di Roma, per un loro “presente” silenzioso e compunto. Sempre sull’attenti, in posa militare, ma senza grida. Poi la stupidata scappa di dirla anche a loro e quest’anno l’oscar lo vince il presidente della commissione Cultura, Federico Mollicone, che se la prende con i giornalisti che gli chiedono se non si senta in imbarazzo per la gigantesca celtica dipinta per terra (pare si veda anche su Google maps) e risponde così: «La croce celtica è una croce religiosa cattolica. Documentatevi per favore. Siete degli analfabeti. Documentatevi anche sul saluto romano».
In ogni caso anche quest’anno, a parte il folklore lugubre e le pose catacombali, poco da segnalare da Acca Larentia, cosicché si guadagna una menzione la coraggiosa signora che da una finestra grida «Viva l’Italia antifascista!» tra un presente e un altro. Anzi, sarà che Casapound non è stata sgombrata, sarà che la destra entra nel suo quarto anno al governo con ancora la fiamma missina orgogliosamente nel simbolo, ma il vero rischio di questa adunata annuale è quello dell’assuefazione e, al fondo, della normalizzazione. Dopotutto Roma eterna e cinica sta già fagocitando il sacro luogo, come la giungla che si riprende gli spazi di una città abbandonata: sullo spiazzo della sede del Msi ora c’è un supermercato, un enorme cappello di babbo natale illuminato oscura il tricolore issato dai “camerati”, intorno bar e negozi sono gestiti da cinesi, che si fermano sull’uscio incuriositi e quasi divertiti da una manifestazione pittoresca di cui non sanno naturalmente nulla. Tre minuti ed è tutto finito. I militanti neri sciamano lentamente, chi si saluta e chi resta a presidiare con una Ceres in mano. Due vecchi fascistoni romani hanno capito più di tutti lo spirito della serata: «Anche quest’anno è fatta». «Sì, s’annamo a magnà na cosetta?”.