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“Non si diano altri soldi alla difesa”. L’offensiva leghista contro Meloni

Il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Matteo Salvini durante l’Assemblea Generale ALIS, presso Auditorium Parco della Musica, Roma, 02 dicembre 2025. ANSA/ANGELO CARCONI (ansa)

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Braccio di ferro con Crosetto sui militari nelle stazioni. Per la premier il nodo del consenso e la ricerca di fondi per le bollette
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ROMA - È un nuovo segnale. L’ennesimo. Perché l’escalation è pronta e sarà ancora più evidente nelle prossime settimane, per di più nell’anno che precede le elezioni. La prepara la Lega. Nel mirino c’è Guido Crosetto e la spesa militare. Si porta dietro una sfida all’Europa e alla Nato, visto che l’Italia ha assunto impegni a cui non può derogare. Ma soprattutto, mira a mettere in difficoltà un alleato a cui rosicchiare consenso: Giorgia Meloni.

Da giorni, ogni opzione di politica estera del governo viene monopolizzata da un rilancio leghista. Sul Venezuela, Matteo Salvini ha attaccato Donald Trump e sconfessato Meloni. Sull’ipotesi di inviare truppe di pace per Kiev, ha bloccato ogni ragionamento di chi nell’esecutivo ritiene che l’egida dell’Onu basterebbe a partecipare alla missione. Ieri, poi, il nuovo salto di qualità. Con Giancarlo Giorgetti che parla di uno scostamento rispetto agli obiettivi concordati con la Ue per finanziare nuovi armamenti. E il Carroccio che immediatamente…

ROMA - È un nuovo segnale. L’ennesimo. Perché l’escalation è pronta e sarà ancora più evidente nelle prossime settimane, per di più nell’anno che precede le elezioni. La prepara la Lega. Nel mirino c’è Guido Crosetto e la spesa militare. Si porta dietro una sfida all’Europa e alla Nato, visto che l’Italia ha assunto impegni a cui non può derogare. Ma soprattutto, mira a mettere in difficoltà un alleato a cui rosicchiare consenso: Giorgia Meloni.

Da giorni, ogni opzione di politica estera del governo viene monopolizzata da un rilancio leghista. Sul Venezuela, Matteo Salvini ha attaccato Donald Trump e sconfessato Meloni. Sull’ipotesi di inviare truppe di pace per Kiev, ha bloccato ogni ragionamento di chi nell’esecutivo ritiene che l’egida dell’Onu basterebbe a partecipare alla missione. Ieri, poi, il nuovo salto di qualità. Con Giancarlo Giorgetti che parla di uno scostamento rispetto agli obiettivi concordati con la Ue per finanziare nuovi armamenti. E il Carroccio che immediatamente stoppa l’ipotesi. Aprendo la crepa nel governo.

È vero, la cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale garantirà uno scudo ai conti pubblici. Tutto abbonato, fino al 2028: l’Italia potrà spendere di più senza preoccuparsi del deficit e del debito. È vero anche che l’aumento della spesa militare sarà graduale, fino a 12 miliardi in più nel 2028. Ma per la destra che punta al bis a Palazzo Chigi, il tema della gestione degli effetti collaterali del sì al riarmo si apre comunque ora. Finita la stagione eccezionale, la bolla protettiva verrà meno. Come è già successo con il Covid, bisognerà fare i conti con la realtà. È il cosiddetto rientro. Bisognerà riportare il debito, destinato inevitabilmente a crescere, su un sentiero calante. E quindi i margini di spesa – tradotto: i soldi per famiglie e imprese – si ridurranno. Un bel problema per le manovre dei prossimi anni, minacciate dal rischio di tagli a scuola, sanità e welfare.

Questo pericolo, se pure non immediato, offre comunque a Claudio Borghi il pretesto per frenare subito la road map di Giorgetti. L’affondo del leghista si traduce in uno slogan che si può sintetizzare così: vista la carenza di risorse, non possiamo aumentare le spese militari a scapito di quelle di sicurezza o sociali. E, in particolare, di quelle sanitarie, punto dolente per palazzo Chigi, su cui non a caso batte da tempo anche l’opposizione. Un terreno scivolosissimo, per Meloni. Soprattutto se si considera che l’eventuale scostamento arriverà in Parlamento in primavera, a un anno esatto dalla prima possibile finestra elettorale del 2027. La premier non intende scoprirsi a destra. È la stessa ragione per cui ha dovuto sopportare a Parigi di restare lontana dal palco in cui i leader di Francia, Germania e Regno Unito hanno ricevuto la benedizione degli Stati Uniti all’operazione dei Volenterosi, dopo aver proposta tra i primi un articolo 5 sul modello della Nato per difendere l’Ucraina.

La guerriglia è a tutto campo. Tempo fa, Crosetto aveva annunciato un progressivo ridimensionamento dell’operazione Strade sicure, che impegna soldati nelle città. Il partito di Salvini si è messo di traverso. E proprio ieri, di fronte all’ipotesi di nuove spese per la difesa, ha rilanciato: «Ribadiamo il nostro impegno per aumentare il numero di militari per proteggere obiettivi sensibili e cittadini perbene in strade, piazze e stazioni». Poco dopo, il ministero della Difesa reagisce ribadendo l’intenzione di portare avanti un «progressivo» ritiro dei soldati, che saranno rimpiazzati dalla polizia. Meloni rischia di ritrovarsi stritolata dalla tenaglia a cui partecipano opposizioni e salviniani. Per questo, prova a correre i ripari. Si fa scudo con Giorgetti. Si prepara a promettere che mai la spesa sanitaria sarà tagliata, anche a fronte di un aumento di quella dedicata alla difesa. E prova a recuperare il ritardo accumulato sul decreto contro il caro energia, atteso già per lo scorso dicembre e ancora da scrivere.

Ieri, la presidente del Consiglio ha chiamato il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, chiedendogli almeno una lista delle misure da poter annunciare oggi in conferenza stampa.

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