✕

Caso Trentini, contatti, errori poi la svolta. A ottobre liberazione vicina ma Maduro bloccò tutto

La telefonata di Meloni a Machado viene letta da Caracas come un atto ostile. Il riconoscimento del governo Rodríguez scioglie l’ultimo nodo
3 minuti di lettura

ROMA –L’informazione decisiva arriva nella serata di venerdì 9 gennaio. Dal Venezuela fanno sapere che lo spazio aereo può essere aperto, che un aereo italiano può atterrare a Caracas per riportare a casa i prigionieri. È il segnale che a Roma aspettavano da mesi. Non una promessa, ma qualcosa che le assomiglia abbastanza da far capire che stavolta potrebbe essere davvero quella buona. Poche ore prima si era consumato il passaggio più delicato. Tra le 9.30 e le 10.30 di venerdì, a Palazzo Chigi arriva una valutazione chiara: la presidentessa Delcy Rodríguez non ha preso bene la telefonata di Giorgia Meloni a María Corina Machado. A Caracas è stata letta come un atto ostile. La tensione è risalita, il dossier Trentini rischia di bloccarsi ancora una volta. È a quel punto che la presidente del Consiglio, d’accordo con il sottosegretario Alfredo Mantovano — che dei passaggi che hanno portato alla liberazione è stato il vero regista — decide di cambiare passo. Viene scritta una nota che, …

ROMA –L’informazione decisiva arriva nella serata di venerdì 9 gennaio. Dal Venezuela fanno sapere che lo spazio aereo può essere aperto, che un aereo italiano può atterrare a Caracas per riportare a casa i prigionieri. È il segnale che a Roma aspettavano da mesi. Non una promessa, ma qualcosa che le assomiglia abbastanza da far capire che stavolta potrebbe essere davvero quella buona. Poche ore prima si era consumato il passaggio più delicato. Tra le 9.30 e le 10.30 di venerdì, a Palazzo Chigi arriva una valutazione chiara: la presidentessa Delcy Rodríguez non ha preso bene la telefonata di Giorgia Meloni a María Corina Machado. A Caracas è stata letta come un atto ostile. La tensione è risalita, il dossier Trentini rischia di bloccarsi ancora una volta. È a quel punto che la presidente del Consiglio, d’accordo con il sottosegretario Alfredo Mantovano — che dei passaggi che hanno portato alla liberazione è stato il vero regista — decide di cambiare passo. Viene scritta una nota che, nei fatti, offre il riconoscimento al governo venezuelano. È ciò che dall’inizio Caracas chiedeva. Ed è quello che di fatto dà il via all’operazione «Trentini libero».

Trentini e Burlò in partenza per l'Italia: "Non vediamo l'ora di riabbracciare i nostri cari"

La liberazione saltata

Non basta subito a sciogliere tutto. Anche perché una situazione molto simile si era già verificata a fine ottobre. Repubblica è in grado di raccontare che, dopo il patteggiamento di Alex Saab — l’ex ministro venezuelano imputato in Italia per riciclaggio, reato per il quale ha patteggiato una pena insieme con la moglie — tutto sembrava pronto per la liberazione di Alberto Trentini. I venezuelani avevano predisposto i passaggi operativi. Poi, all’ultimo momento, era intervenuto Nicolás Maduro in persona, bloccando tutto. Aveva avanzato richieste, con tanto di bozza di comunicati, che in quel frangente erano giudicate impossibili da accettare: si chiedeva all’Italia di prendere le distanze da Donald Trump, che in quei giorni aveva cominciato ad attaccare duramente il Venezuela, come antipasto rispetto alla destituzione di Maduro. Si chiedeva all’Italia di disconoscere la posizione degli Stati Uniti, come in parte aveva fatto la Francia di Macron, che non a caso ottenne in quelle ore la liberazione di un prigioniero. Meloni, invece, non ci sta e resta sulla linea degli Usa.

L’intervento di Trump

Ed è proprio l’intervento di Trump, mesi dopo, a diventare paradossalmente una delle chiavi per sbloccare la situazione. Dopo la caduta di Maduro, Antonio Tajani — che con Maduro aveva avuto in passato rapporti difficili e che dal regime venezuelano aveva ricevuto anche minacce personali — chiede che vengano riaperti tutti i canali. Si rivolge al segretario di Stato americano Marco Rubio. È in quel contesto che il nome di Trentini viene inserito nella lista dei prigionieri da «liberare». È la mossa decisiva.

Il governatore Lacava

Nel frattempo si muovono altri livelli. Ha un ruolo importante l’ex ambasciatore venezuelano Rafael Lacava, oggi governatore dello stato di Carabobo, che in passato aveva lavorato come mediatore con Maduro e che vanta un rapporto diretto con Rodríguez. Lo aveva già contattato nei tredici mesi precedenti. Ci riprova quando Rodríguez diventa leader. E il terreno è molto più fertile. Si cercano tutti coloro che hanno sponde in Venezuela. Bobo Craxi, per esempio, forte di vecchi rapporti con gli uomini di Maduro dai tempi dell’Expo. Si aprono i canali dell’intelligence: l’Italia si rivolge a servizi stranieri in buoni rapporti con Caracas per creare un ponte che viene costruito. Capiscono che, caduto Maduro, è venuto meno il veto. Ci sono abboccamenti con José Luis Rodríguez Zapatero. Il presidente brasiliano Lula si muove in autonomia e spiega agli amici venezuelani che Trentini è ormai «un prigioniero globale», che la sua liberazione può rappresentare un cambio di credibilità del Venezuela nello scenario internazionale. Si attiva anche la diplomazia ecclesiastica: in tanti si occupano del dossier senza passaggi risolutivi ma con una presenza costante.

Lo scambio di prigionieri

Fino a quel momento il Venezuela aveva chiesto formalmente due cose: il proscioglimento di Alex Saab e il riconoscimento del governo. Nelle ore immediatamente successive all’arresto qualcuno aveva ricordato la storia di Rafael Ramírez, ex ministro del Petrolio e manager dell’azienda di Stato dell’energia con Hugo Chávez, poi diventato uno dei principali avversari di Maduro: fermato in Italia, Ramírez aveva ottenuto lo status di rifugiato (sua moglie è italiana) e successivamente la sua posizione — era indagato per riciclaggio — era stata archiviata. Sul punto il governo Maduro aveva da sempre fatto pressioni sull’Italia, minacciando ripercussioni. Per questo c’è chi ha messo in relazione gli arresti di Trentini e Burlò come una ritorsione per il caso Ramírez. Ma nessuno ha mai immaginato che potesse cambiare qualcosa: in nessuna maniera poteva essere cancellato lo status di rifugiato, né si poteva intervenire sulla magistratura. Che anche sul caso Saab si è mossa secondo il codice di procedura: il patteggiamento era una strada possibile ed è stata percorsa. Il procuratore generale, in un primo momento, aveva presentato anche un ricorso, per poi ritirarlo.

Gli errori

In mezzo a questo groviglio di fatti va registrata una lista di «sciatterie», come le definiscono fonti vicine al dossier, o forse meglio veri e propri scivoloni che hanno causato non pochi intoppi in questa vicenda. La telefonata di Meloni a Machado è solo l’ultimo. C’è stata la dichiarazione con cui si definiva «legittimo» l’intervento Usa, circostanza che tra l’altro ha causato anche mal di pancia nella maggioranza, con la Lega assai perplessa. Ma andando indietro nel tempo, prima c’erano state dichiarazioni durissime contro il Venezuela, alle quali poi si è cercato di porre rimedio con altri interventi riparatori — per esempio dei sottosegretari agli Esteri Cirielli e Silli — ma tardivi. Nel percorso che ha portato alla liberazione di Alberto Trentini tutto viene registrato, tutto ha pesato. E l’aereo che ieri notte è partito da Caracas ne è il più felice finale.

Leggi i commenti