Caso Hannoun, Piantedosi riferisce in aula e attacca le opposizioni. “Hanno manifestato vicinanza”
di Alessia CanditoUn’informativa quanto meno irrituale. Perché arriva a strettissimo giro su sollecitazione della stessa maggioranza e a quarantotto ore dall’udienza prevista di fronte al tribunale del Riesame. Sul cosiddetto “caso Hannoun” - l’imam di Genova arrestato insieme ad altri otto indagati con l’accusa di associazione a delinquere a fini di terrorismo - il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi parla alla Camera per circa mezz’ora. Ma tanto basta per far irritare tutte le opposizioni.
Lasciando da parte ogni prudenza (e garantismo) su una vicenda giudiziaria alle battute iniziali e ancora tutta da definire, il ministro afferma: “è stato squarciato il velo su attività che, dietro il paravento di iniziative in favore della popolazione palestinese, venivano sistematicamente dirottate verso strutture di Gaza riconducibili all'egida di Hamas, per finalità di terrorismo”. Una tesi che i legali degli imputati contestano e che toccherà ai giudici verificare, ma che Piantedosi sembra dare per certa, …
Un’informativa quanto meno irrituale. Perché arriva a strettissimo giro su sollecitazione della stessa maggioranza e a quarantotto ore dall’udienza prevista di fronte al tribunale del Riesame. Sul cosiddetto “caso Hannoun” - l’imam di Genova arrestato insieme ad altri otto indagati con l’accusa di associazione a delinquere a fini di terrorismo - il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi parla alla Camera per circa mezz’ora. Ma tanto basta per far irritare tutte le opposizioni.
Lasciando da parte ogni prudenza (e garantismo) su una vicenda giudiziaria alle battute iniziali e ancora tutta da definire, il ministro afferma: “è stato squarciato il velo su attività che, dietro il paravento di iniziative in favore della popolazione palestinese, venivano sistematicamente dirottate verso strutture di Gaza riconducibili all'egida di Hamas, per finalità di terrorismo”. Una tesi che i legali degli imputati contestano e che toccherà ai giudici verificare, ma che Piantedosi sembra dare per certa, anzi considera “dato su cui richiamo l'attenzione soprattutto di chi, in alcune occasioni, ha manifestato vicinanza acritica e puramente ideologica a personaggi coinvolti nell'indagine”, per poi stigmatizzare “sottovalutazione di iniziative propagandistiche che hanno visto l'Hannoun ergersi a paladino dei diritti umani, essere invitato in sedi istituzionali e, in alcune occasioni pubbliche”.
Parole che fanno insorgere l’opposizione. “Il ministro non può trasformare un'informativa in una requisitoria anticipata”, protesta il deputato di Italia Viva, Roberto Giachetti. “È la traduzione in aula – aggiunge - del teorema della Presidente del Consiglio: 'noi facciamo le leggi, la polizia arresta e i magistrati liberano'”. Attacca la deputata dem Valentina Ghio: “Non prendiamo lezioni di antisemitismo da chi si diverte indossando le divise delle Ss e nemmeno possiamo prendere lezioni di lotta al terrorismo da chi ha svariate fotografie imbarazzanti con terroristi neri condannati per stragi o esponenti della criminalità organizzata". Minaccia querele il deputato di Avs Marco Grimaldi, che denuncia “una vera e propria caccia al movimento che vuole riconoscere lo stato palestinese, fermare occupazione e apartheid", e punta il dito contro gli aspetti giuridicamente controversi dell’inchiesta della procura di Genova, a partire da autenticità e utilizzabilità del materiale fornito dai servizi israeliani. “Se fosse confermato che l'intero impianto accusatorio si basa su prove fornite dall'intelligence israeliana senza alcun sigillo processuale e costituzionale – minacciano i 5S - l'informativa la chiederemo noi”. È questione controversa, su cui i legali degli imputati si preparano a fare leva, ma su cui anche diverse associazioni di giuristi dibattono: prove e indizi raccolti senza che ci sia un perimetro ben definito, chiaramente individuato e autorizzato dall’autorità giudiziaria, codice alla mano non sono utilizzabili.
Alla questione però Piantedosi dedica solo un veloce passaggio: “La rete di contatti (istituzionali e di polizia ndr) ha permesso, infatti, di sviluppare un fattivo contributo da parte di polizie straniere di Germania, Francia, Olanda e Spagna e della struttura antiterrorismo di Israele".In realtà non si tratta di elemento di secondo piano. Agli atti del procedimento – emerge dalle carte – ci sono anche 266 “batterfield evidence”, prove raccolte sul campo di battaglia nel corso dell’offensiva a Gaza, messe insieme dal capo della divisione «ricerca e valutazione» del Nbctf (l’Ufficio nazionale israeliano per il contrasto al finanziamento del terrorismo), che per “ragioni di sicurezza” viene indicato semplicemente come Mr.Avi.
Ed è lui, si legge in un documento che Tel Aviv ha trasmesso nei mesi scorsi, ad ammettere che in molti casi non è stato possibile identificare data, luogo e modalità di acquisizione di documenti. Nessun giudice poi ne ha mai convalidato il sequestro. “L’iniziativa giudiziaria in atto sul presunto finanziamento del terrorismo – tuonano quattordici legali degli indagati, gli avvocati Nicola Canestrini, Fausto Gianelli, Elisa Marino, Gilberto Pagani, Pier Poli, Marina Prosperi, Nabil Ryah, Dario Rossi, Flavio Rossi Albertini, Giuseppe Sambataro, Fabio Sommovigo, Emanuele Tambuscio, Gianluca Vitale, Samuele Zucchini - non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra, provenienti da un contesto di conflitto armato in corso e prodotte da apparati di sicurezza stranieri”. E sottolineano in una nota, come nelle memorie difensive prodotte: “va chiarito con assoluta nettezza: non si tratta di prove giudiziarie, ma di materiale di intelligence. Informazioni non validate, non sottoposte a controllo giurisdizionale, prive di contraddittorio e delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto”.