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Iran, Allarme di Meloni dal Golfo: “Serve soluzione pacifica”. Rimpatriati i primi italiani

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con il sultano dell'Oman Haytham bin Tariq Al Sa'id, Mascate (Oman), 14 gennaio 2026. ANSA/US PALAZZO CHIGI (FILIPPO ATTILI). Prime Minister Giorgia Meloni with the Sultan of Oman, Haytham bin Tariq Al Sa'id, Muscat (Oman), January 14, 2026. ANSA/US PALAZZO CHIGI (FILIPPO ATTILI). +++FOTO DIFFUSA DALL'UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI - USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE - NON VENDERE - NON USARE PER FINI NON GIORNALISTICI - NPK+++ 
Seicento i connazionali a Teheran. Stop alle esercitazioni dei militari in Iraq e Kuwait. L’Iran convoca l’ambasciatrice
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Venti turisti italiani rimpatriati, ambasciata a Teheran ridotta all’osso, esercitazioni militari sospese in Iraq e Kuwait, allerta per i 600 connazionali che risiedono o lavorano in Iran. Il governo italiano apre il dossier del Golfo mentre la premier Giorgia Meloni è a Muscat, ricevuta dal sultano dell’Oman. Con Haitham bin Tarik, la premier discute ovviamente anche della crisi nella regione, condividendo «gli sforzi volti a raggiungere la sicurezza e la stabilità e a risolvere i conflitti con mezzi pacifici, in conformità con i principi del diritto internazionale». Meloni sarà lontana da Roma per una settimana: domani si sposterà in Giappone, da domenica sarà due giorni in Sud Corea, in attesa di capire se si celebrerà in Svizzera (a Davos o a Zurigo) il board of peace per Gaza che a ore dovrebbe istituire Donald Trump.

Per il momento però a impensierire i piani alti dell’esecutivo sono le mosse Usa in Iran, l’attacco che secondo la Reuters sarebbe imminente. Meloni ieri si è senti…

Venti turisti italiani rimpatriati, ambasciata a Teheran ridotta all’osso, esercitazioni militari sospese in Iraq e Kuwait, allerta per i 600 connazionali che risiedono o lavorano in Iran. Il governo italiano apre il dossier del Golfo mentre la premier Giorgia Meloni è a Muscat, ricevuta dal sultano dell’Oman. Con Haitham bin Tarik, la premier discute ovviamente anche della crisi nella regione, condividendo «gli sforzi volti a raggiungere la sicurezza e la stabilità e a risolvere i conflitti con mezzi pacifici, in conformità con i principi del diritto internazionale». Meloni sarà lontana da Roma per una settimana: domani si sposterà in Giappone, da domenica sarà due giorni in Sud Corea, in attesa di capire se si celebrerà in Svizzera (a Davos o a Zurigo) il board of peace per Gaza che a ore dovrebbe istituire Donald Trump.

Per il momento però a impensierire i piani alti dell’esecutivo sono le mosse Usa in Iran, l’attacco che secondo la Reuters sarebbe imminente. Meloni ieri si è sentita più volte con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che a sua volta si è coordinato con il titolare della Difesa, Guido Crosetto. Meloni anche al sultano dell’Oman esprime «la forte preoccupazione del governo italiano». Spera nella de-escalation. Ma la situazione è travagliata. Roma vanta una tradizione di canali diplomatici con l’Iran, ma la convocazione dell’ambasciatore di Teheran a Roma da parte della Farnesina, a seguito della strage di manifestanti, ha comportato una reazione del regime degli ayatollah: la nostra ambasciatrice a Teheran, Paola Amadei, è stata convocata in risposta dal governo iraniano.

In questa fase, per Palazzo Chigi la priorità è mettere in sicurezza i connazionali che lavorano in Iran e nella regione. Se n’è discusso in una riunione ieri pomeriggio alla Farnesina. Presente l’intelligence, la Difesa, gli ambasciatori dell’area. Focus appunto sugli italiani presenti in Iran e nei Paesi del Golfo, «potenziali obiettivi di azioni militari in caso di escalation delle tensioni», si legge nella nota della Farnesina che chiede a tutti di lasciare il paese. I nostri connazionali in Iran sono circa 600, per lo più concentrati nell’area urbana di Teheran. Venti turisti sono già stati rimpatriati con voli commerciali nelle scorse ore. L’ambasciata rimane aperta, ma a ranghi ridotti: restano operativi 15 funzionari su 30, gli altri rientreranno.

C’è preoccupazione anche per i nostri militari nella regione, circa 500 in Iraq e 400 in Kuwait. A differenza di quanto accaduto a giugno, all’epoca del conflitto Israele-Iran, non si tratta di spostamenti di truppe. Ma tutte le esercitazioni sono state sospese, ridotte al minimo le attività esterne. Si resta nelle basi. E a proposito di basi: al governo per ora non sono arrivate richieste da parte americana per l’utilizzo delle sedi Nato in Italia, come Aviano.

Tajani ieri ha negato contatti con il figlio dello Scià, Reza Pahlavi. «Saranno gli iraniani a decidere, in una transizione democratica. Noi dialoghiamo con tutti, anche con l’attuale governo iraniano, ma quello che sta accadendo è inaccettabile».

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