Addio all’ex ministra Fedeli, dal sindacato al governo: “Una rivoluzionaria riformista”
di Francesco BeiValeria Fedeli
(agf)La definizione più bella, quella che forse Valeria Fedeli avrebbe scelto per sé, l’ha coniata l’amica sindacalista e femminista Titti Di Salvo: «Una rivoluzionaria riformista». Una che il mondo lo voleva cambiare con la politica e con il sindacato, con il pallino dell’articolo tre della Costituzione, la sua bussola per l’uguaglianza, «la guida del mio agire». Se n’è andata a 76 anni per un tumore, ma fino all’ultimo è stata sul pezzo: sui social è di cinque giorni fa il suo ultimo post, militante, per dire «Forza, siamo con voi!» alle ragazze e ai ragazzi che infiammano le piazze dell’Iran. Del resto nel 2011 la troviamo tra le fondatrici del collettivo “Se non ora quando”, la fiammata femminista alimentata dalle proteste contro Silvio Berlusconi e gli scandali dei bunga bunga.
Bergamasca, ma fiorentina d’azione, Fedeli arriva alla politica dall’impegno sindacale (nella Cgil), come altre grandi protagoniste del passato, da Tina Anselmi a Teresa Noce e Adele Bei. E se oggi tutto l’arco…
La definizione più bella, quella che forse Valeria Fedeli avrebbe scelto per sé, l’ha coniata l’amica sindacalista e femminista Titti Di Salvo: «Una rivoluzionaria riformista». Una che il mondo lo voleva cambiare con la politica e con il sindacato, con il pallino dell’articolo tre della Costituzione, la sua bussola per l’uguaglianza, «la guida del mio agire». Se n’è andata a 76 anni per un tumore, ma fino all’ultimo è stata sul pezzo: sui social è di cinque giorni fa il suo ultimo post, militante, per dire «Forza, siamo con voi!» alle ragazze e ai ragazzi che infiammano le piazze dell’Iran. Del resto nel 2011 la troviamo tra le fondatrici del collettivo “Se non ora quando”, la fiammata femminista alimentata dalle proteste contro Silvio Berlusconi e gli scandali dei bunga bunga.
Bergamasca, ma fiorentina d’azione, Fedeli arriva alla politica dall’impegno sindacale (nella Cgil), come altre grandi protagoniste del passato, da Tina Anselmi a Teresa Noce e Adele Bei. E se oggi tutto l’arco politico le tributa omaggi, l’ex senatrice del Pd, ministra dell’Istruzione e dell’Università del governo Gentiloni, dovette subire feroci polemiche da parte della destra, dei suoi giornali e degli estremisti cattolici dei movimenti pro-vita. Ma ci arriviamo. Intanto ieri è stato unanime il cordoglio delle Istituzioni, con Mattarella e Meloni, La Russa e Calderoli, Renzi e Gentiloni, Schlein e decine di esponenti del Pd, della Cgil, della Cisl e della Uil. Un apprezzamento bipartisan per una donna che, ha ricordato il capo dello Stato, «è stata sempre caratterizzata da passione civile, capacità di dialogo e alto senso delle istituzioni».
Con Repubblica, Gentiloni, che la scelse come ministro nel 2016, smentisce la fama di ruvida e burbera femminista e anzi la ricorda come una «donna affettuosa: non è detto che si debba o possa esserlo tra colleghi di governo e lei lo era». Certo, Fedeli era «combattiva», ma »sempre capace di aprire porte di dialogo». L’ex premier rammenta un aneddoto di quei giorni a palazzo Chigi: «L’avevo chiamata a un incontro con la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, per evitare uno scontro in Consiglio dei ministri sull’introduzione dei vaccini obbligatori in nome del diritto allo studio. Valeria arrivò con in mente già una formulazione che Beatrice poteva accogliere: fu una delle mediazioni più facili della mia vita».
Eppure Fedeli, omaggiata da tutti, conobbe sulla sua pelle l’asprezza dello scontro politico. Era nel mirino dell’estrema destra e dei movimenti ultra-cattolici per il suo impegno per lo ius scholae, per l’educazione affettiva e il rispetto di genere nelle scuole, contro l’omofobia. E quando scivolò sul curriculum, abbellendolo con una laurea che non aveva preso (aveva un diploma in servizi sociali, che solo oggi è una laurea triennale), le furono addosso come una muta di cani rabbiosi. In molte città comparvero manifesti con le sue foto più brutte e slogan sulla «falsa laurea», i social si scatenarono, le Iene ci fecero una campagna, insieme ai giornali della destra, Matteo Salvini picchiava post dopo post: «Merita di essere ancora ministro dell’Istruzione? Bell’esempio per i giovani italiani!». Un’ordalia che vide in prima fila Mario Adinolfi, Eugenia Roccella, Massimo Gandolfini, che l’accusavano di essere una promotrice della fantomatica ideologia gender. Di fronte a questo fuoco di sbarramento, Fedeli dovette difendersi da sola: la Cgil e anche molti del suo partito non le perdonavano di aver provato ad applicare la riforma della Buona Scuola.